A che cosa serve (e a chi conviene) un’Europa così?

Avete detto Europa? Quella esaltata nelle cronache dei campionati di calcio o quella lacrime e sangue della Merkel? Intendete l’Europa dello spread o quella che disciplina minuziosamente la grandezza di frutta e verdura? L’Europa che parla a tre voci (Berlino-Londra-Parigi) in occasione delle crisi internazionali? L’Europa nella quale sembra più facile uscire (vedi Grecia) che entrare (vedi Turchia)? Sulla definizione di Europa, il cittadino medio di qualsiasi capitale, quello ateniese come quello parigino, brancola nel buio. Europa resta una figura indefinita, quasi più fantastica della omonima principessa del mito. Nel suo nome si sono imposti i più grandi sacrifici. «Ce lo chiede l’Europa», è diventata la motivazione più grave e meno opinabile. «Finiremo fuori dall’Europa», è il sinonimo di moderna iattura. Ma con il passare del tempo, tutte le incrollabili certezze e gli euro-entusiasmi sono andati affievolarsi. A questo hanno contribuito pesantemente gli inquilini ai piani alti di Bruxelles e Strasburgo. I paradossi sono tanti: basterebbe leggersi le disposizione comunitarie sugli ortaggi per scoppiare in una risata (o per mettersi le mani nei capelli).

Leggi l’articolo in versione integrale sul Domenicale del 24 giugno