Preferenze avanti tutta: è la democrazia, bellezza

Un sasso lanciato nello stagno della politica. Elaborata nel corso delle ultime settimane per riparare alle storture del sistema vigente, ma anche come piattaforma di confronto dentro il Pdl, la proposta di riforma elettorale presentata ieri da Giorgia Meloni (e un gruppo di parlamentari del centrodestra) aumenta di volume in seguito alla spallata ai partiti decretata dai cittadini con le urne. Il voto diffuso di protesta, il forte astensionismo confermano l’urgenza di mettere mano ai sistema di scelta della rappresentanza politico-parlamentare restituendo la parola ai cittadini senza scorciatoie da Prima repubblica. Due i principi non “trattabili”: la difesa del bipolarismo, considerata una conquista irrinunciabile e un antidoto alla frammentazione partitica, e la restituzione ai cittadini della libertà di scelta dei parlamentari sottraendola alle segreterie di partito. Vietato arroccarsi su formule ideologiche: bisogna lavorare sulle criticità del tanto vituperato Porcellum – spiega l’ex ministro della Gioventù – senza smantellarne i pregi, primo fra tutti il diritto dei cittadini di scegliere il premier, il programma e la coalizione di governo. Quello che non funziona, va da sé, è la calata degli eletti dall’alto, che non solo priva i cittadini del diritto di scelta dei propri rappresentanti ma «mortifica la dignità dei parlamentari che vengono percepiti tutti indistintamente come dei cooptati». Perno della proposta, definita «un atto dovuto nei confronti degli italiani e della politica», è il ritorno alla preferenze per il 70 per cento dei seggi limitando al 30 per cento la quota di lista bloccata, con la possibilità, da parte dei partiti di indire le primarie per determinare l’ordine dei candidati. In questo caso gli elettori troverebbe sulla scheda la certificazioni, «quasi un bollino blu», delle avvenute primarie. E ancora stop alle candidature multiple ed equiparazione su base nazionale del premio di maggioranza per le due Camere (oggi al Senato è su base regionale) per evitare maggioranze diverse che producono instabilità politica: queste le novità della proposta depositata con le firme dell’ex ministro della Gioventù, Guido Crosetto, Basilio Catanoso, Fabio Rampelli, Tommaso Foti, Sabrina De Camillis, Enrico Costa, Salvatore Cicu, Agostino Ghiglia e Renato Brunetta. Da Palazzo Madama “fa sponda” Domenico Nania invitando Angelino Alfano a non farsi incantare dalle sirene proporzionaliste. Per il premio di maggioranza viene individuata anche una soglia minima (85 seggi al Senato e 120 alla Camera) perché non diventi «una lesione alla rappresentanza». «Indietro non si torna, il bipolarismo, con tutte le sue imperferzioni, è stata una pietra miliare nel rinnovamento italiano degli ultimi 18 anni», dice Fabio Rampelli introducendo l’incontro con la stampa, «non possiamo tornare alla Prima repubblica con governi che duravano in media 8 mesi». Irricevibile, insomma, la bozza Violante-Quagliariello, che non permette agli elettori di conoscere prima di votare la futura composizione della maggioranza, sulla quale non pochi parlamentari pidiellini hanno manifestato freddezza, «si rischia un sistema proporzionale alla greca», dice Crosetto. «Il Paese ha bisogno di guardare avanti e la bozza Violante, con il modello proporzionale come sua stella polare, rappresenterebbe un ritorno al passato», avverte Renato Brunetta convinto che il recupero della preferenza sia «un segnale forte e necessario». Vista come fumo negli occhi dal Pd e molto discussa anche nel centrodestra (Cicchitto ieri l’ha bocciata preventivamente), la preferenza è ritenuta, invece, lo strumento migliore per selezionare la classe politica, più adatto dei collegi uninominali (dove sono sempre le segreterie a decidere i) e più rispettoso del diritto di scelta. «Qualcuno mi deve spiegare – incalza la Meloni – perché le preferenze vanno bene per tutti i sistemi elettorali, comunali e regionali, ma non per il Parlamento. Se è vero che sono fonte di “inquinamento”, allora sono più pericolose per eleggere un consigliere regionale, che magari farà l’assessore ai Lavori pubblici, che un parlamentare». Un concetto ribadito dal sicilianissmo Basilio Catanoso, voto di scambio? «ora abbiamo la necessità di restituire la parola direttamente agli elettori per recuperare credibilità, poi, in un altro contesto possiamo riparlarne». La correzione del Porcellum messa nero su bianco dai bipolaristi del Pdl è la strada più veloce, «si potrebbe licenziare in una settimana –dicono –  e la più efficace per garantire finalmente agli elettori il diritto di scegliere i candidati». Di sicuro un segnale concreto per togliere qualsiasi alibi a chi accusa il Pdl di immobilismo.