Non sparate su Delio Rossi l’allenatore nel pallone

Diciamolo chiaramente, l’unica colpa grave di Delio Rossi, forse l’unica, è di non aver utilizzato il classico schiaffone per reagire alle provocazioni del ragazzino serbo. Un “buffo”, in napoletano, altrimento detto pacchero”, una “pizza”, in romanesco, uno “sgiafun” alla milanese,  una bella “tumpulata” dei siciliani, sarebbe stata più utile, plateale e meno censurabile di quel pugno sferrato alla cieca e poi mulinato dall’alto verso il basso, come solo Ray Sugar Leonard sapeva fare. Troppo, e troppo pericoloso, perché per un pugno andato a segno si può morire o subire danni permanenti: il cazzotto è l’estrema ratio, l’arma da rissa per strada violenta, non certo la punzione, l’umiliazione, ciò che doveva rappresentare la reazione di Rossi nei confronti di Adem Liajic. Perché non fare male e non lasciare tracce è l’obiettivo, anche nobile, di un ceffone, se impatta su qualcuno con cui poi avrai perfino voglia di fare pace e di chiedergli scusa. Tutto il resto, è violenza gratuita. E lo è stata anche quella di Delio Rossi, per il quale un po’ tutti abbiamo tifato durante e dopo lo scontro in panchina, ironizzando sul ragazzino serbo viziato e maleducato. Ma è fuori dubbio anche che la vicinanza che la maggioranza degli italiani ha manifestato nei confronti del tecnico della Fiorentina nasce anche da un inconfessabile istinto razzista, presente in un angolo segreto dell’inconscio di molti di noi. Quello che nutriamo nei confronti dei serbi, che immediatamente ci rimandano al disprezzo per gli “zingari”, principale offesa, non a caso, rivolta in tutti gli stadi d’Italia a Ibrahimovic. Mi chiedo: se Delio Rossi avesse preso a pugni il candido Giuseppe Rossi, il mite Giovinco e perfino lo scapestrato Balotelli, gli avremmo manifestato la stessa solidarietà?

La difesa di Rossi
«Il primo punto fermo per me è il rispetto della mia persona, del mio lavoro, della squadra che alleno e il rispetto della mia famiglia, se non rispettano questi sentimenti per me non va bene. Sono stati toccati questi sentimenti ma mi ha dato fastidio il fatto di essere ipocriti». Delio Rossi, alla fine, s’è anche difeso. E ha lasciato solo intendere, con queste parole, cosa sia accaduto con Adem Liajic al momento della sostituzione. Ma all’ormai ex tecnico della Fiorentina hanno dato fastidio i commenti ipocriti che sono arrivati dopo. «Il gesto è brutto, deprecabile, se fatto nello spogliatoio passava per virile o sanguigno mentre davanti alle telecamere si parla di violenza. Non è giusto, se il gesto è brutto lo è sempre. Io non ho mai detto di essere padre Pio e la mia strada dice che non ho mai alzato un dito nei confronti di nessuno, non l’ho fatto sui miei figli. Ho sbagliato, pago, sto pagando e pagherò», ha proseguito Rossi, chiedendo scusa a tutti.

La bufala del figlio
In questi giorni sui social network è circolata una versione molto fantasiosa della lite tra Rossi e il suo calciatore, con presunte offese rivolte da quest’ultimo al tecnico e al suo (altrettanto presunto) figlio disabile. Bene avrebbe fatto il mister esonerato a chiarire queste voci, sgradevoli e gravissime, se vere. Il suo riferimento alla “famiglia” non scioglie il dubbio, perché tra un “figlio di…” e un insulto contro gli handicappati, ce ne passa: caro Delio, perché non spiegare tutto, fino in fondo?