Slalom tra i paletti della legge elettorale

Metti una trentina di parlamentari, qualche costituzionalista e tre “saggi” intorno a un tavolo quadrangolare, miscela il tutto e poi lanciagli su una bomba intelligente come la legge elettorale. Ne ricaverai un duplice risultato: una pubblica discussione forbita sull’accordo istituzionale quasi raggiunto tra partiti (a microfoni aperti) e un passaparola segreto, come un brusìo di fondo costellato da inconfessabili perplessità, nelle private discussioni dei convenuti seduti uno accanto all’altro, come scolaretti un po’ discoli e molto ciarlieri. Il tavolo messo su dalla Fondazione “Nuova Italia” di Gianni Alemanno e Alfredo Mantovano, ieri, a Palazzo Wedekind, ha però dato un contributo di chiarezza a un dibattito sulle riforme che nelle stesse ore vedeva i partiti annunciare un’intesa di massima su quelle istituzionali e discutere animatamente di riforma del finanziamento ai partiti stessi. Il tema della legge elettorale è diventato così il volano di una discussione più ampia, fatta di tasselli da mettere, ma in ordine ancora misterioso. «Entro Natale possiamo farcela», annuncia uno dei saggi del Pdl che dialoga con Pd e Terzo Polo, Gaetano Quagliariello. Ma a fare che? Tutto, riforma della Costituzione e legge elettorale: “Siamo a buon punto”, spiega il vicecapogruppo al Senato. E il brusìo di fondo aumenta.  

I dubbi tripartisan
Il modello su cui si sta lavorando per un’intesa ormai vicinissima è quello tedesco-spagnolo, proporzionale con correzione maggioritaria o viceversa, incentrato sul bipartitismo che però non garantisce un bipolarismo ante-voto: ovvero premia i partiti più forti ma li costringe ad alleanze post-elettorali, in apparente contraddizione con uno schema su cui si è fondata la Seconda Repubblica. Da qui, il partito dei “perplessi” nel Pdl, che guarda con diffidenza all’ipotesi di confusioni pre-elettorali e inciuci post-voto. Il Terzo Polo, invece, incassa lo schema del day-after elettorale che lo rende determinante ma difende con i denti il proporzionale puro dagli assalti dei maggioritari. Poi c’è il Pd, che a sua volta nasconde l’anima dei malpancisti (prodiani, ulivisti) sulla rinuncia al bipolarismo secco e anche un altro settore che guarda col fumo negli occhi al proporzionale e alla soglia di sbarramento bassa che precluderebbe l’ipotesi di accordi con i cespugli si sinistra. Un bel caos. Ecco perché alla fine l’accordo pagherà dazio all’Udc, ago della bilancia, ma accontenterà Pd e Pdl sull’idea di un partitone-vincitore con premio, che potrà scegliere con chi governare eliminando i ricatti pre-elettorali di piccole forze che prima di contarsi già minano le coalizioni forzose. «In Italia il bipolarismo in questa fase storica non può esistere con partiti che non toccano neanche il 30%», spiega Quagliariello. «E non è certo possibile imporlo con una legge elettorale, a meno che non rifacciamo la legge Acerbo…». «Con il modello su cui stiamo lavorando – aggiunge il saggio del Pd, Luciano Violante – c’è un partito che vince le elezioni, dopo aver scelto il proprio premier, dopo aver spiegato come vuole governare, e che sceglie dopo con chi farlo. Sia chiaro, un partito che prende il maggior numero di voti non può finire all’opposizione», precisa l’ex presidente della Camera. «Anche io sono stato bipolarista –aggiunge il saggio terzista Ferdinando Adornato – ma in questo Paese il bipolarismo s’è trasformato in una guerra civile ideologica. Oggi la partita della riforma elettorale si gioca sulla quantità e qualità dei correttivi maggioritari. Il modello su cui si lavora è quello che esiste da anni in Germania, che non prevede l’obbligo di coalizioni ma le determina dopo, è evidente». Ecco perché Quagliariello riporta il tema sulla politica: «Non è che con la legge elettorale le si restituisca la sovranità e la credibilità, noi vogliamo però che ridia forza ai partiti, in questa fase in cui il governo di unità nazionale ha sfasciato le coalizioni, tutte molto distanti dal 51%. Dobbiamo fare una legge che incoraggi il bipartitismo, che ci dica a urne chiuse chi ha vinto e quale partito può fare un governo: da solo, in coalizione o con lo schema della responsabilità nazionale». “Responsabilità”? Eccolo, il fantasma dell’inciucio politico che Quagliariello, forse involontariamente, solleva. Il brusìo intorno al tavolo tocca livelli record. Lo spauracchio di questa bozza di intesa sulla legge elettorale è proprio quello, per molti del Pdl e del Pd: un ritorno alla Prima Repubblica e un governissimo a oltranza, anche nel 2013, che elimini le differenze e ammazzi i partiti.

I consigli e i dubbi
In sala sono in tanti a parlare, dopo l’introduzione di Benedetti Valentini. Tra i politici il primo è il padrone di casa Alemanno, che oltre a proporre “un taglio dela metà dei finanziamenti ai partiti e un modello volontario del 5 per 1000”, spiega che «al dibattito sulla riforma della legge elettorale va aggiunto il tema del riconoscimento giuridico dei partiti perchè siamo di fronte al fallimento dei non partiti, che non hanno regole precise, non hanno rappresentanza interna delle minoranze e organi realmente statutari». C’è poi un fronte trasversale che spinge per fare una legge elettorale che riformi la Costituzione passando per un Senato costituente: ne parlano Adolfo Urso, del Misto, e Francesco Boccia, del Pd. Mauro Cutrufo ribalta lo schema: prima la riforma costituzionale e dei partiti, poi la legge elettorale. Mario Landolfi ricorda il “cimitero di bicamerali” di cui è segnata la storia repubblicana recente e sposa a sua volta l’idea del Senato costituente.
A testimonianza delle fibrillazioni tra i Democratici sulla bozza Violante, Emanuele Fiano pone il tema del dissenso: «Molti di noi sono per le preferenze», non per l’uninominale. No alle preferenze, tuona invece la pidiellina Annamaria Bernini, secondo cui la riforma non è «la rottamazione del bipolarismo”mentre Nunzia De Girolamo spinge su “meccanismi per tutelare la candidature e l’elezione delle donne, come per le regionali”.Guido Crosetto, in silenzio, disegna origami con i nomi degli intervenuti e ha lo sguardo perplesso di chi si chiede chi sia davvero saggio, tra tutti quelli che propongono in pubblico e commentano in privato.