Sarkozy rimonta. Parigi non commissaria la politica

Qualcuno lo ha ribattezzato il sondaggio della speranza per “monsieur le president”, fino a un mese fa dato per spacciato. Secondo l’ultima rilevazione targata Ipsos sulle presidenziali francesi Nicolas Sarkozy sarebbe in testa (con il 29,5 per cento) al primo turno nei confronti del candidato socialista, François Hollande, che subisce l’effetto stanchezza per una candidatura messa in campo da troppo tempo.
A meno di venti giorni dalle urne (si voterà il 22 aprile e il 6 maggio) il leader dell’Ump è in netta risalita, mentre è in leggero calo il consenso per Marine Le Pen, la grintosa figlia del fondatore del Front national e crescono le quotazioni del campione del Front de Gauche, Jean-Luc Melenchon, che supererebbe il 14% e potrebbe piazzarsi al terzo posto tra i dieci sfidani all’Eliseo. Buono, anche se nettamente al di sotto delle aspettative il risultato del centrista François Bayrou, dato al 10 per cento. Se l’Ipsos fotografa comunque Hollande come vincitore al secondo turno, il 52% della stampa straniera, interrogata per un sondaggio “OpinionWay”, è convinta che Sarkozy verrà riconfermato con il 52 per cento dei voti.
Difficile prevedere l’esito finale della corsa, vista la frammentazione dei partiti, la percentuale altissima di astensione e la tradizionale difficoltà dei francesi a sbottonarsi nel dichiarare l’intenzione di voto. Qualunque fotografia scattata oggi potrebbe risultare un’istantanea vecchia e ingiallita ventiquattr’ore dopo. «Moltissimi francesi decidono nell’ultima settimana», osserva l’analista francese Fabrice Saulais, «tutto può ancora succedere. Molto dipenderà da quello che faranno gli elettori del Front national al secondo turno, solo un 25 per cento dichiara che voterebbe Sarkozy, al contrario del passato quando il 40 per cento dei voti lepeniani confluirono sul candidato dell’Ump. Molti, pur di non votare il deludente Sarkozy, potrebbero scegliere Hollande». Di sicuro – aggiunge il giornalista – lo scarto tra i due sarà esiguo». Non ha torto le “Monde” quando definisce «imprevedibile» questa campagna elettorale, che non brilla per adrenalina.
Imprevedibile come la rimonta  del leader dell’Ump, che nel solo mese di marzo è risalito di 7 punti. Da “ensemble tout devient possible” (insieme tutto è possibile), lo slogan con cui nel 2007 sedusse i francesi con il grande sogno della “rupture” con il passato, riuscendo a coniugare i valori della destra nazionalista e popolare con la modernizzazione e la vocazione sociale, a la “France forte”. È questo il tormentone lanciato in queste settimane dall’inquilino dell’Eliseo per bissare il mandato presidenziale. Impopolare e antipatico alla maggioranza dei francesi, «oggi punta tutto sulla sua competenza a dispetto dello scarsa autorevolezza del suo contendente – dice lo scrittore Pierluca Pucci Poppi che di cose francesi se ne intende – se Hollande, è il ragionamento, non è riuscito nemmeno a mettere d’accordo il suo partito, che per metà non lo sopporta, né a negoziare adeguatamente il sostegno dei Verdi, figuriamoci con quali credenziali  potrà rinegoziare il patto con Angela Merkel, come sta promettendo in campagna elettorale». I sondaggi ci hanno abituato a imprevedibili sorprese, aggiunge guardando al passato, «sicuramente Sarkozy è un combattente, la risalita in termini percentuali è già una notizia, finora nessun sondaggio ha mai confermato la sua vittoria al secondo turno. Dopo aver esasperato i francesi ora punta a farsi apprezzare per la sua competenza. “Vi starò pure antipatico”, dice in sostanza ai francesi, “ma guardate chi c’è dall’altra parte, uno che non ha mai fatto il ministro». Hollande è un po’ come Balladur – aggiunge  – fa una campagna moscia, ed è poco sostenuto da una parte degli elefanti del Ps. La vera novità di questa stagione è Melenchon e la sua performance potrebbe paradossalmente favorire Sarkozy che può forzare la mano sul rischio di una deriva di estrema sinistra. Ma c’è un altro dato da non sottovalutare, se il capolavoro politico di Sarkozy nel 2007 fu quello di prosciugare il bacino elettorale di Le Pen, oggi è costretto a destrizzarsi per non uscire di scena. Così eccolo andare all’attacco delle politiche europee sull’immigrazione, proporre l’introduzione di sanzioni per gli Stati che non riescono a controllare i propri confini (ce l’ha con noi?), minacciare di uscire dagli accordi di Schengen. Mosse studiate per rassicurare il francese medio e rosicchiare consensi a Madame Le Pen. Chiunque vinca, però, non c’è dubbio che a Parigi nessuno si sogna di risolvere la crisi, l’altalena delle Borse, lo spread e le speculazioni finanziarie con soluzioni tecniche e commissariamenti del voto popolare.
Dalla sua “monsieur le president” ha la chiarezza di chi dice “possiamo farcela da soli, fatemi lavorare e riscatterò la nazione senza farmi dettare l’agenda oltreconfini”. Esattamente il contrario di quello che ha fatto con l’Italia in tandem con Angela Merkel. E poi è un campione di resistenza. Gettare la spugna? Mai. Sarkozy, che fino all’ultimo ha lasciato la suspense sulla ricandidatura, ha giocato la carta del senso del dovere e dello Stato («non scendere in lizza per un secondo mandato equivarrebbe ad una diserzione»). Non nasconde le enormi difficoltà che gli hanno impedito di portare a termine le riforme annunciate, ma risponde alla depressione chiedendo ai francesi di rimboccarsi le maniche “con lui”. E ama definirsi il capitano di una nave che non può abbandonare il timone sotto la tempesta.
La “forza” e la restituzione della “parola al popolo” sono le parole chiavi della sua corsa elettorale, che arrivano dritte al cuore dei francesi, ostinati (almeno dalla Bastiglia in poi) a scegliere in prima persona chi deve governare la nazione. L’intoccabilità della sovranità popolare e la robusta architettura istituzionale francese mettono la Francia al riparo da qualsiasi tentazione di “sobrie” soluzioni tecniche per tenere botta di fronte alla crisi economica mondiale.