Adieu Sarkò? Ma Hollande non ha vinto

È durata lo spazio di una notte l’esultanza dei socialisti francesi per la vittoria al primo turno delle presidenziali francesi di Francois Hollande sul presidente uscente Nicolas Sarkozy. Le borse europee (su cui hanno pesato anche le dimissioni del premier olandese) hanno bocciato il voto per l’Eliseo. Madrid e Milano sono state le piazze peggiori con cali del 2,7% e del 3,83%. Londra ha perso l’1,16%, Parigi l’1,8%, Francoforte l’1,9%. I mercati hanno giudicato Hollande meno credibile sulle questioni di risanamento dei conti pubblici rispetto all’attuale presidente.
I risultati definitivi della consultazione hanno confermato il successo di Hollande con il 28,63 per cento delle preferenze rispetto al 27,18 di Sarkozy, staccato quindi di un punto e mezzo. Terza Marine Le Pen del Front National, forte di un sorprendente 17,9. Solo posizioni di rincalzo per gli alfieri della sinistra radicale e del centro moderato, Jean-Luc Melenchon e Francois Bayrou, rispettivamente all’11,11 e al 9,13 per cento.

Chi ha vinto chi ha perso
Semplicistica e affrettata la posizione del candidato socialista, che nella prima uscita pubblica di ieri mattina a Quimper, in Bretagna, si è avventurato in dichiarazioni entusiastiche: «Abbiamo raggiunto il primo obiettivo, essere primi al primo turno», ora «vinceremo le elezioni presidenziali».  «L’onda sale, sale talmente che il candidato uscente la prenderà in piena faccia», ha proseguito, «vogliamo la vittoria della sinistra, e che la Francia possa tornare a sperare nel proprio futuro». Sinistra che, a ben guardare, resta minoranza nel Paese. Basta algebricamente sommare i voti dell’Ump con quelle di Le Pen per avere un quadro più realistico della situazione. Né si possono considerare voti che andranno automaticamente a sinistra quelli del centrista Bayrou, soprattutto se Hollande dovesse ammiccare all’ultra sinistra di Melenchon.
Dal suo punto di vista, costretto a inseguire Sarkozy ha impostato su un duplice fronte la strategia in vista del ballotaggio del 6 maggio. Da un lato, il corteggiamento di quel diciotto per cento di elettori che ha votato per la destra. Dall’altro, la sfida personale al rivale socialista Francois Hollande, invitato nuovamente ad accettare tre dibattiti tv. Bisogna «dare una risposta» al voto per l’estrema destra, un «voto di crisi che è raddoppiato da un’elezione all’altra», ha detto il presidente francese ribadendo che «non c’è nessuna avanzata della sinistra, c’è un voto di crisi ed è a questo voto di crisi che bisogna trovare una risposta. Vittoria tutt’altro che scontata, dunque. «C’è solo un punto e mezzo di differenza» tra i due candidati in testa, osserva ancora Sarkzoy che annuncia l’intenzione di organizzare per il primo maggio un grande raduno, «la festa del lavoro, ma quella vera, di quelli che lavorano pesantemente, che sono esposti, che soffrono».
Che il risultato del primo turno sia più frutto della delusione dell’elettorato nei confronti di Sarkò che di stima nei confronti di Hollande è confermato dalla strategia adottata dal candidato del Pse. Dopo le prime proiezioni aveva declinato la sfida ad affrontare il rivale in tre dibattiti televisivi anziché in uno soltanto, come da prassi. «Si tratta di discutere davanti al popolo francese, progetto contro progetto, personalità contro personalità, esperienza contro esperienza», ha polemizzato il presidente francese, «il popolo ha il diritto di sapere. E monsieur Hollande non deve scappare. Lui deve prendersi le proprie responsabilità, io mi assumerò le mie».

Bersani canta la Marsigliese
Intanto la sinistra nostrana, con il vezzo tutto italico di saltare sul carro del vincitore intona la Marsigliese. Lo fa con il segretario del Pd, Pierluigi Bersani: «Il voto francese, quello dei land tedeschi e le prossime amministrative italiane possono segnare un mutamento delle opinioni. E se davvero gli equilibri verranno stravolti, noi ci attrezziamo a prendere quel vento. A interpretarlo». Poco importa che i socialisti transalpini non siano poi così simili ai democrat.  Più realisticamente, Paolo Gentiloni spegne gli ardori del suo segretario «Bersani potrebbe rappresentare l’Hollande italiano? Non esageriamo. Noi non siamo un partito socialista».
Al di là delle partigianerie l’analisi di Vannino Chiti, vice presidente del Senato nonché compagno di partito di Bersani inquadra tuttavia alcuni dei motivi del provvisorio vantaggio di Hollande. «La linea portata avanti in Europa da Merkel e Sarkozy, “Merkozy”, è stata negativa, perché ha soltanto la faccia del risanamento e del rigore dei bilanci, che è certamente necessaria, mentre non produce niente su crescita e sviluppo. Il fatto che al primo turno delle elezioni francesi per la prima volta nella storia della quinta Repubblica sia arrivato primo lo sfidante e non il presidente uscente, un significato lo ha». L’analisi di Chiti? «Il voto di chi ha criticato la politica di Sarkozy è molto diffuso, comprende elettori di sinistra ma anche di destra. Ora si tratta di vedere se Hollande riuscirà nel secondo turno a organizzare la gran parte di questa speranza di cambiamento».

La reazione delle Borse
Di certo non era preventivata una reazione tanto negativa delle Borse. L’eventualità che l’anonimo Hollande il 6 maggio possa finire davvero all’Eliseo non entusiasma i mercati. Così, dopo i dati macroeconomici negativi arrivati nella notte dalla Cina e sull’onda delle dimissioni del governo olandese, la Borsa di Parigi ha pagato pesantemente, le preoccupazioni di alcuni operatori sul risultato elettorale. L’indice Cac 40 ha chiuso in calo del 2,83%, toccando i minimi dell’anno e scendendo sotto la soglia psicologica dei 3.100 punti, a 3.098,37. Tra i principali valori in ribasso, numerosi titoli dell’industria pesante, in particolare Arcelor Mittal (-5,33 per cento) e Lafarge (-5,48 per cento) e Renault (-5,06 per cento). Non male per chi dovrebbe essere il salvatore della patria francese.