Giorgia Meloni: «Oggi i giovani sono pària Vogliamo continuare così?»

«Il punto è che in questo Paese esistono dei pària e questi pària sono la nostra generazione. Sull’articolo 18 io sono una laica, non penso che sia la soluzione a tutti i problemi del mondo del lavoro né penso che la sua modifica ne rappresenti la distruzione. Penso, però, che sia un elemento del lavoro ineguale e che il lavoro ineguale vada superato». Giorgia Meloni, quindi, si dice favorevole alla riforma proposta dall’esecutivo. «Poi, certo, dobbiamo vedere i testi, ma è necessaria, prioritaria e dalle anticipazioni mi sembra che il governo abbia trovato una sintesi abbastanza credibile», aggiunge l’ex ministro della Gioventù.

Non teme che le garanzie dei lavoratori siano smantellate?

Ecco, cominciamo col chiarire questo: si parla sempre di garanzie dei lavoratori, quando in realtà quelle garanzie valgono solo per alcuni lavoratori. L’articolo 18 ne è un esempio perfetto: riguarda solo i lavoratori che hanno un posto certo e per tutta la vita, il 30 per cento del totale. Il centrodestra l’allarme sull’ineguaglianza l’ha lanciato vent’anni fa, quando si è iniziato a capire che un numero sempre maggiore di persone sarebbe stato escluso dalle garanzie. Per i nuovi lavoratori sono valse sempre meno.

Ma comunque le riforme necessarie non sono arrivate…

C’è stato un patto scellerato che ha coinvolto tutti – sindacati, parti sociali, politica – e tutto il peso della flessibilità, della quale non si poteva fare a meno, è stato scaricato solo sui nuovi lavoratori e, quindi, sui giovani. Così è stata costruita un’Italia a due velocità, in cui qualcuno aveva tutte le garanzie e qualcun altro no.

E quindi, per rimediare, quelle garanzie si levano a tutti?

No, quindi si inizia uniformando i diritti per tutti e poi si lavora per alzarne l’asticella. Noi ci troviamo in una condizione in cui, ancora oggi, chi va in pensione a 58-59 anni con il sistema retributivo prende l’80 per cento dell’ultimo stipendio, mentre la nostra generazione andrà in pensione a 70 anni e con il contributivo, quindi con una media del 40 per cento di quanto guadagnava, senza neanche avere indietro tutto quello che ha versato. Se ci trasferiamo dalle pensioni al lavoro il principio è lo stesso: c’è chi ha tutto e chi ha nulla o poco più. Davvero possiamo pensare di continuare così? Io non avrei condiviso una riforma che avesse modificato le norme solo per i nuovi lavoratori. Quello che si fa, va fatto per tutti. E per tutti bisognerà cercare di costruire il più alto grado di diritti possibili, compatibilmente con le risorse disponibili e in base a un principio di equità da cui nessuno sia escluso. Noi ci batteremo per questo.

Vuol dire che siete pronti a dare battaglia parlamentare?

Voglio dire che siamo pronti a fare il nostro lavoro. Voglio ricordare che, in questi mesi, quando la politica è stata chiamata in causa ha migliorato i provvedimenti. Prendiamo il “Salva Italia”: loro lo hanno presentato come di “rigore ed equità”, ma l’equità ce l’abbiamo messa noi. Nel testo originale si bloccavano le indicizzazioni delle pensioni, ma non si toccavano quelle d’oro; si alzavano del 60 per cento gli estimi catastali delle case della gente e solo del 20 per cento quelli delle banche. Noi abbiamo corretto molti aspetti di quel decreto. Sulla riforma del lavoro non è diverso. Il governo dice che vuole alzare il costo del lavoro precario. Giusto, sono d’accordo. Ma la riforma deve prevedere anche una riduzione del costo del lavoro a tempo indeterminato, altrimenti l’unico risultato che rischiamo di avere è l’aumento del lavoro nero e della disoccupazione. Io mi auguro che il governo accetti il più ampio confronto possibile, la politica può fare molto.

Secondo lei, rimandando la riforma al Parlamento, Monti ne ha riconosciuto la centralità o ha fatto un po’ di scaricabarile?

Questo lo scopriremo durante i lavori, dobbiamo vedere come il governo affronterà l’iter. Certo è che il governo Monti non ha la legittimazione del popolo, la sua unica legittimazione è parlamentare e con il Parlamento si deve confrontare. Invece, ad oggi, nonostante una maggioranza inedita e straordinaria, ha messo la fiducia praticamente su tutti i suoi provvedimenti, e questo rappresenta un problema.

Non potevate farla voi questa riforma?

Noi non avevamo lo stesso sostegno di questo governo: la maggioranza non era altrettanto ampia e non c’era la solidarietà a 360 gradi di stampa e parti sociali. La politica viene messa in mora più facilmente dei tecnici, anche se vede i problemi prima di loro. Il centrodestra dell’articolo 18 ha provato a parlarne già dieci anni fa ed è stato linciato. Comunque, non è nemmeno del tutto vero che il governo Berlusconi non sia intervenuto. Voglio segnalare che, come al solito, molti provvedimenti di questa riforma erano già stati immaginati dal precedente governo. Sul lavoro la continuità è assoluta. Il contratto di apprendistato, uno dei pilastri di uguaglianza del provvedimento, è stato rilanciato e riformato da noi. Noi lo abbiamo trasformato in quello strumento straordinario di cui oggi può fregiarsi la Fornero.

Cosa pensa del cambio di passo nel confronto con le parti sociali? La fine della concertazione è un bene o un male?

Penso che una cosa sia la concertazione, altra cosa sia l’immobilismo. Il rapporto tra governo e parti sociali va rivisto. Il governo, i governi devono dialogare il più possibile, la politica non deve mai avere la presunzione di essere sufficiente a se stessa, ma in molti casi il tentativo di portare a casa l’accordo di tutti è diventato un mito incapacitante. Bisogna trovare un giusto equilibrio tra la necessità del confronto e quella della decisione, nella consapevolezza che sarà una formula utile anche per il futuro perché quello che vale oggi varrà anche domani.