La riforma Gelmini è contro il nepotismo: c’è chi lo scopre solo adesso…

Alla fine hanno dovuto ammetterlo. Di sfuggita, sottovoce, sperando che nessuno se ne accorga, ma l’hanno detto. Ebbene sì, la riforma Gelmini dell’università – quella che ha portato studenti, professori e politici sui tetti, quella che ha causato proteste violentissime e campagne apocalittiche – qualche pregio ce l’ha, e pure bello grosso. Basta leggere l’articolo pubblicato ieri sul Corriere della Sera da Gian Antonio Stella in relazione ad alcuni casi di nepotismo che coinvolgerebbero il rettore della Sapienza Luigi Frati. Si parla del figlio Giacomo, la cui carriera all’interno del medesimo ateneo del padre sembra in effetti folgorante. Se non che, a un certo punto, come se niente fosse, Stella si lascia sfuggire una frasetta innocente. Parlando delle peripezie carrieristiche del dottore rampante, infatti, il fustigatore delle caste parla di una provvidenziale chiamata dalla Sapienza, giunta «appena in tempo prima che le nuove regole contro il nepotismo della riforma Gelmini impedissero l’agognato ricongiungimento familiare». Ma guarda un po’: alla fine persino il più montiano dei quotidiani montiani – e attraverso la penna del più feroce critico della politica – finisce per tributare un quasi involontario omaggio a uno dei più discussi ministri della Repubblica. Anche questa è una notizia.

Rettore & family
Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire di che si sta parlando. Partiamo dalla carriera di Giacomo Frati, chirurgo ma soprattutto figlio del rettore della Sapienza Luigi (che ha annunciato una «denuncia di diffamazione, visto che si sono scritte cose false») diventato ricercatore a 28 anni, professore associato a 31, in cattedra a 36. Del resto, scrive Stella, Luigi Frati, nell’ateneo che dirige «ha già piazzato la moglie Luciana Rita Angeletti (laurea in lettere, storia della medicina) e la figlia Paola, laureata in legge e accasata a Medicina Legale». Ma c’è di più, perché il giovane Giacomo avrebbe prima sostenuto un esame da cardiochirurgo davanti a una commissione composta da due igienisti e tre dentisti, poi sarebbe stato chiamato a Latina, presso una “succursale” di cardiologia della Sapienza e infine si sarebbe ritrovato alla guida di una Unità programmatica d’avanguardia che, alla prova dei fatti, non risulterebbe tale. Sotto accusa anche il tasso di mortalità della succursale cardiologica di Latina, che sembrerebbe al di sopra del normale.

La riforma Gelmini
Ciò che stupisce, tuttavia, è la timidezza con cui Stella spiega che “l’odiata” riforma Gelmini crea norme per porre un freno a tutto questo, tant’è che il richiamo da Latina a Roma del buon Giacomo è stato fatto in fretta e furia, proprio per anticipare le nuove disposizioni antinepotismo introdotte dal precedente governo. Ed è significativo che proprio la lotta alle caste, alle baronie, la meritocrazia, il dinamismo sociale così acclamati dagli indignados di turno sono stati in realtà introdotti proprio da quel ministro contro il quale gli stessi collettivi studenteschi misero a ferro e fuoco Roma. Facciamo un ripasso, allora. Nel 2009, l’ex ministro dell’Istruzione dispose l’adozione di un codice etico per evitare incompatibilità o conflitti di interessi legati a parentele, con tanto di minaccia di tagli ai fondi in caso di situazioni ambigue. Al mandato dei rettori, poi, è stato posto il limite massimo di 8 anni, inclusi quelli già trascorsi prima della riforma. Tra i provvedimenti varati con la riforma del 2010, invece, va citata la norma che vieta la chiamata di un ateneo ai professori che hanno «parenti e affini» fino al «quarto grado compreso» con un professore che appartiene al dipartimento o alla struttura che bandisce il posto. Tra l’altro, non possono essere chiamati ad insegnare in un ateneo coloro che sono parenti del «rettore, del direttore generale o di un consigliere di amministrazione».

Quanti cognomi sospetti…

Tutto questo, ovviamente, non è poco. Anche perché il nepotismo è una delle vere piaghe d’Italia, soprattutto in quelle caste i cui privilegi sono assai poco mediatizzati rispetto ad altrri settori della società. E il caso delle università rientra proprio in quest’ottica. Tempo fa fece discutere la ricerca di Stefano Allesina, docente all’università di Chicago, che pubblicò uno studio dal titolo: “Measuring Nepotism through Shared Last Names: The Case of Italian Academia”. Si trattava, sostanzialmente, di un calcolo statistico sui cognomi dei 61.342 docenti censiti dal ministero dell’Istruzione. Alla fine, lo studio dimostrava che i cognomi differenti sono solo 27.720, frequenza assolutamente minore a quanto accada in relazione a un campione casuale di cognomi. La ricerca individuava in ingegneria industriale, giurisprudenza e medicina le tre facoltà più soggette a nepotismo, nonché un sensibile incremento di pratiche sospette scendendo da Nord a Sud.

Un governo fondato sul nepotismo
Del resto non è che il governo attuale, pure così attento a “cambiare gli italiani” nei loro presunti difetti atavici, segni una discontinuità rispetto a certo italico malcostume. Pensiamo allo stesso Monti, figlio di banchiere e padre di un altro banchiere. Il figlio, infatti, ha lavorato in Goldman Sachs, Morgan Stanley e Citigroup. E anche fra i ministri il copione si ripete: Fabrizio Barca, proviene da Bankitalia ed è figlio dell’economista di fiducia di Berlinguer, mentre Andrea Riccardi lo è del vicepresidente della Banca nazionale dell’Agricoltura. Il Guardasigilli Paola Severino è avvocato penalista, mentre il padre Marcello era un noto civilista. Caso a parte quello di Giulio Maria Terzi di Sant’Agata, ministro degli Esteri, già marchese, conte, barone e cavaliere del Sacro romano impero. Da umile famiglia, invece, viene Elsa Fornero, che però si è rifatta con la figlia Silvia, ricercatrice nell’ateneo in cui insegnano mamma e papà. Forse ci vorrebbe una riforma Gelmini anche per i governi…