«Su Acca Larenzia polemiche strumentali, così si torna indietro»

6 Gen 2012 20:22 - di

Nicola Rao era «convinto che Antonio Savasta non potesse non sapere qualcosa su Acca Larenzia». Per questo, mentre lo intervistava per Colpo al cuore, il libro sulla storia delle Br di cui sta per uscire la ristampa, ha insistito perché ne parlasse. E ha avuto ragione. Savasta, «un brigatista di prima fascia», gli ha confidato che «ricordava che nella colonna romana delle Br, su insistenza della brigata di Torre Spaccata, tra l’autunno del ’77 e l’inverno del ’78 si aprì un dibattito su come comportarsi nei confronti dei fascisti del loro quartiere, che si agitavano troppo, erano troppo visibili». «In sostanza, per Savasta – prosegue Rao – i compagni della brigata Torre Spaccata stavano chiedendo il placet per colpirli. E colpirli per loro significava annientarli». «Poi c’è stata Acca Larenzia e Savasta ha fatto due più due», sottolinea il giornalista e scrittore, che ha al proprio attivo numerosi libri sulla storia del movimentismo e del terrorismo degli anni Settanta e non solo.

Pensa che Savasta sia attendibile? Un altro ex Br, Stefano Padula, lo ha smentito.

Savasta mi ha detto molte cose riscontrate e riscontrabili, mi sembra strano che poi solo su questo punto abbia detto cose false. Quanto a Padula, lo ha confutato su alcuni dettagli, non sul fatto che quel dibattito si svolse davvero.

Secondo lei, ce n’è abbastanza per dare nuovo slancio alle indagini?

Secondo me ci sono elementi molto interessanti, ma il mio lavoro si ferma qui. Altri dovrebbero svilupparlo e portarlo avanti in altre sedi.

Ritiene plausibile che accada?

Non so, ognuno ha il suo ruolo. Un parlamentare potrebbe fare un’interrogazione, un magistrato potrebbe decidere di approfondire.

Allora mettiamola così: che idea si è fatto delle polemiche di questi giorni intorno alla commemorazione della strage?

Intanto direi che ce ne sono state due parallele. Una interna ai gruppi della destra, che è una cosa. Queste polemiche, anche molto forti, su chi sia degno e chi non lo sia sono cicliche e ricorrenti. Ricordo che molti anni fa ci fu una grande contestazione contro i giovani del Fronte della gioventù. Quindi non mi hanno stupito: ci sono state, ci sono e forse ci saranno ancora.

L’altra polemica è quella sollevata dall’Anpi…

Che ha portato la prefettura e la questura a vietare il breve corteo previsto per la commemorazione. Quella, con tutto il rispetto per l’Anpi, mi sembra un po’ strumentale. Scoprire dopo 34 anni che succedono queste cose, che si ricorda l’eccidio di tre giovani militanti di destra e che in quella occasione vengono anche fatti dei saluti romani e dire che il corteo è apologia di fascismo mi sembra davvero un po’ esagerato.

Tanto Gianni Alemanno, quanto Walter Veltroni nel tempo hanno compiuto molti sforzi per costruire una pacificazione intorno a quegli anni. Secondo lei sono stati fatti passi indietro?

Molti passi indietro, ma mi sembra tutto molto strumentale: una polemica dovuta alla politica di contrapposizione dura contro Alemanno. Inoltre, al di là delle polemiche, ci sono episodi che sono sicuramente molto preoccupanti, come la gambizzazione di un militante di Casapound dell’anno scorso e quella di Bianco di pochi giorni fa.

Questi episodi non hanno generato un grande allarme. Ritiene possibile che siano stati sottovalutati perché le vittime sono di destra?

Questo è un vecchio discorso. È dal ’47, ’48 che se tre giovani di destra compiono un’azione violenta sono “fascisti e picchiatori”, mentre se a farlo sono tre giovani di sinistra sono “i ragazzi dei centri sociali”. È un discorso che affonda nella cultura sedimentata, nell’approccio di questo Paese verso la destra. E sarebbe anche un discorso molto lungo da fare.

Dunque, riformulo la domanda di prima: ritiene che il clima consenta un nuovo slancio alle indagini su Acca Larenzia, anche alla luce di quello che emerge dal suo libro?

Io dico una cosa: in questo libro ci sono denunce molto forti contro funzionari di polizia riguardo i trattamenti che riservarono alle Br. Si parla di torture, di waterboarding. Questa cosa qua a sinistra ha provocato una grande agitazione. “Liberazione” sta facendo una campagna, c’è un’interrogazione di una parlamentare radicale al ministro della Giustizia. Mi sembra, invece, che su Acca Larenzia nel mondo della cultura e della politica di destra non ci si stia muovendo con altrettanta decisione. Io non dico che si debba credere a Savasta – che comunque è risultato sempre attendibile ed è la persona che a quattro anni dal caso Moro indicò il covo di via Montalcini – ma un approfondimento forse varrebbe la pena chiederlo.

Savasta le ha parlato anche dell’omicidio di Mario Zicchieri. Anche quella è una vicenda che si potrebbe approfondire?

Quella è una vicenda che per certi versi è ancora più interessante, perché c’è un suo coinvolgimento diretto. Su Acca Larenzia Savasta mi ha detto che secondo lui quelli che avevano promosso l’azione erano della brigata Torre Spaccata, ma non ha ulteriori elementi oltre le sue deduzioni. Su Zicchieri, invece, ribadisce quello che è stato già detto e per cui Maccari, Morucci e Seghetti sono stati processati e assolti, ma dice anche che la sera dell’attentato gli fu ordinato di mettersi con un altro compagno in un appartamento al Prenestino per sentire se c’era movimento di volanti nel quartiere e a Centocelle. Il giorno dopo seppe dell’omicidio, scoprì, si informò e ottenne conferme che erano stati loro. Ora, dal punto di vista delle indagini la vicenda è più complicata di Acca Larenzia, perché c’è già stato un processo e ci sono già state le assoluzioni, però è importante dal punto di vista della ricostruzione storica. Anche perché Savasta parla di un compagno poi morto in un incidente stradale, del quale evidentemente conosce il nome.

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