Gogna radicale, minacce e ironie su “radio casalesi”

È bastato un voto in Parlamento non andato per il verso (ritenuto) giusto per far saltare il clima ecumenico dell’era Monti e scatenare la caccia all’uomo. I radicali? Inaffidabili, traditori, quasi un po’ camorristi. È questo il ritornello che rimbalza fra la base e i vertici del Pd, per tacere delle altre aree della galassia grillin-violacea. Tutta colpa del voto su Nicola Cosentino: se alla Camera i deputati radicali eletti nel Pd avessero detto sì all’arresto, il fronte manettaro avrebbe vinto 304 a 303. Il loro “no”, invece, ha fatto segnare 309 voti contro l’arresto e 298 a favore.

La scelta garantista
Eppure chi conosce la storia di Pannella & friends sa bene che da quelle parti la galera non si dispensa mai a cuor leggero. Le spiegazioni dei deputati incriminati, del resto, esprimono limpidamente la natura di una scelta di puro garantismo, senza sovrastrutture politicanti. «Non stiamo tutelando Cosentino dal processo    ha spiegato Maurizio Turco – dobbiamo solo capire se il fatto che sia deputato influisca o meno sulla richiesta di custodia in carcere». Nella richiesta di arresto, ha spiegato, «c’è una lettura forzata delle cose che porta a chiedere la custodia cautelare. Questo voto è frutto di un approfondimento che va oltre le carte giudiziarie. Quando era un cittadino comune Cosentino non è mai stato inquisito una volta». L’esponente radicale ha tuttavia precisato di non aver votato «per la sua innocenza». Anche Marco Beltrandi, altro deputato radicale nell’occhio del ciclone, ha spiegato che «noi, a differenza di altri colleghi, non abbiamo votato seguendo motivazioni politiche». La motivazione della decisione risiederebbe soltanto nello «studio approfondito degli atti, dei verbali e delle memorie difensive. Ciò che purtroppo non fa quasi nessuno. La conoscenza della materia è indispensabile per valutare se c’è o meno il fumus persecutionis, che è l’unico aspetto su cui sono chiamati ad esprimersi i parlamentari. Bastava leggere le carte per rendersi conto che non c’è nulla di concreto».

Il malessere del Pd
Vaglielo a spiegare a quelli del Pd che, caduti dal dragone antipolitico dopo la bocciatura del referendum che avevano in parte sostenuto, hanno tentato di risalirvi in sella cercando la pelle di Cosentino. Far accettare ai propri elettori il sostegno acritico a un governo tecnocratico e, in fondo, persino reazionario come quello attuale è difficile, cosa c’era di meglio di una bella gogna pubblica per riacquistare punti? Il piano, tuttavia, è saltato e Bersani e sodali non nascondono l’irritazione. Rosy Bindi è infuriata: «Non posso che sottolineare ancora una volta la scorrettezza del loro comportamento»; Dario Franceschini ha parlato di «un’altra ferita, l’ennesima». Enrico Farinone mette il dito nella piaga: «Oggi stupirsi dell’atteggiamento dei Radicali non serve a nulla, occorreva pensarci prima». Dietro a quell’avverbio di tempo («prima») si cela ovviamente l’ennesimo fuoco amico su Veltroni, l’artefice della santa alleanza con Pannella in funzione antiberlusconiana. Ma il matrimonio era già in crisi da tempo, del resto, con la plateale crisi coniugale del voto di fiducia a Berlusconi nel corso del quale i radicali avevano deciso di entrare in aula e non fare mancare il numero legale. Una decisione che era costata diversi insulti, sputi e spintoni a Marco Pannella, sceso in piazza il 15 ottobre scorso al corteo degli indignados.

La vendetta pecuniaria
Ma al di là del borbottio piddino, ben più sofisticate sono le vendette che l’ambiente democratico sta cucinando in pentola per punire i traditori radicali. Capita così che sul sito del quotidiano ufficioso del Pd, Repubblica, Concetto Vecchio finisca per chiedersi giovedì, in concomitanza del tutto casuale con la polemica sul voto per Cosentino, se Radio Radicale si meriti i finanziamenti pubblici. La spiegazione è un capolavoro di logica orwelliana: «In tempi di liberalizzazioni è giusto che Radio Radicale si sia vista rinnovare per un anno la convenzione con il ministero dello Sviluppo Economico senza gara alcuna, come hanno denunciato in aula Pd e Terzo Polo?». Ma tu guarda le coincidenze, porsi dubbi del genere proprio in questo momento. Scattano poi i conti della serva: «Radio Radicale – 57 dipendenti, di cui 23 giornalisti più una trentina di collaboratori – costa 10 milioni di euro all’anno. Tre furono stanziati dalla Legge di Stabilità a novembre, altri sette a dicembre con il decreto Milleproroghe: la sopravvivenza è garantita per tutto il 2012. Nota bene: le altre testate politiche si devono contendere tutte insieme i rimasugli dei fondi dell’editoria, 53 milioni di euro. Probabilmente se si facesse una gara non si presenterebbe nessun altro, però almeno verrebbe rispettato il principio di libera concorrenza». Della serie, per le teste di cavallo nel letto ci stiamo attrezzando, intanto cercate di capire l’antifona e regolatevi di conseguenza: no voto, no money.

Pannella e i casalesi
Ma sono i commenti all’articolo che vanno letti, almeno se si ha il gusto dell’orrido. Un tale Fabrizio Paoletti si sfoga: «Sono un militante del Pd. Auguro a Giacinto detto Marco Pannella da Pescara e soci tutto il “male” possibile! Feccia della “politica”, vergognatevi». Un altro accorpa direttamente il leader radicale ai due big del centrodestra, augurandosi la loro scomparsa (politica… almeno speriamo): «Pannella Bossi Berlusconi…ma questi vecchi non spariscono mai?… E noi quando andiamo a votare dimentichiamo sempre tutto!».

Antipolitica e social network
Ma è su Facebook e Twitter, come di consueto, che viaggia l’onda dell’insulto, dell’indignazione telecomandata, dell’insinuazione. Il Popolo viola cinguetta che è un piacere: «Pannella, il vecchio che arretra. Basta con il finanziamento a “Radio Casalesi”» è scritto in un twit indirizzato alla dipietrista Silvana Mura, che si compiace del ricatto del portafoglio: «Non sono liberisti? Allora le risorse le cerchino nel mercato o chiedano ai casalesi. Il servizio pubblico lo fa già RadioRai». Su Facebook, invece, la bacheca di Pannella viene presa d’assalto con centinaia di messaggi sdegnati, mentre il solito Popolo viola lancia le liste di proscrizione dei traditori del popolo e dei negatori della giustizia sommaria. Il popolo della rete non aspetta altro: «Voi non garantite niente e nessuno, avete salvato un mafioso ergo siete mafiosi anche voi! Vergognatevi!», sbraita Rosafrancesca di Risio. La gogna è appena cominciata.