La “festa” dei centri sociali: nuovi scontri in Val di Susa

In Val di Susa è un 8 dicembre in stile Venaus. Si è partiti dalla patetica esibizione di una decina di No Tav, che a ridosso di una delle recinzioni esterne che delimitano l’area del cantiere per la costruzione della ferrovia Torino-Lione, hanno cantato Bella ciao e si è arrivati agli scontri e alle manifestazioni di violenza con i soliti centri sociali e black bloc. La Val di Susa ieri si è trasformata ancora una volta in un campo di battaglia. Una decina i feriti tra le forze dell’ordine e tre i contusi tra i manifestanti. Un ragazzo minorenne con un trauma alla testa è arrivato, all’ospedale Cto di Torino, vigile e cosciente. L’altro ferito alla caviglia è stato portato all’ospedale di Susa. Un terzo manifestante è rimasto invece ferito a un occhio. Ma i dati sono provvisori. Tre le persone fermate. Le manifestazioni erano state annunciate con largo anticipo e il prefetto di Torino, Alberto Di Pace aveva emesso un’ordinanza con la quale aveva vietato il transito di auto e persone sulle strade nella zona circostante il cantiere della galleria geognostica propedeutica al tunnel di base della nuova linea ferroviaria Torino-Lione in Val di Susa. Misure che avrebbero dovuto garantire in due giorni cruciali del ponte dell’Immacolata, un avvio “sereno” della stagione turistica e le manifestazioni di protesta, purché pacifiche e nel rispetto di regole e divieti. Ma così non è stato, perché i soliti noti hanno sfruttato il ponte dell’Immacolata per avere una maggiore visibilità. I tre cortei organizzati nel sesto anniversario degli scontri per riprendere i terreni di Venaus (Torino), si sono radunati tra Chiomonte, Giaglione e Susa con l’obiettivo chiaro dell’ala dura ed estremista, di tentare il tutto per tutto, intorno alle reti, visto che dal primo gennaio 2012 il cantiere di Chiomonte diventerà sito strategico nazionale e per chi lo viola quindi ci sarà l’arresto immediato e conseguenze non da poco sul piano penale.

Cronaca di una giornata di violenze

Centinaia di No Tav ieri mattina si sono radunati in Val di Susa per i tre cortei organizzati per protestare contro la linea ferroviaria Torino-Lione. A Giaglione circa 500 persone, tra abitanti della valle e militanti dei centri sociali, hanno manifestato nei boschi della Val Clarea per arrivare alle reti del cantiere di Chiomonte, presidiato da centinaia di forze dell’ordine. Questo il corteo più temuto, perché formato anche da anarchici e autonomi. A Susa, invece, i No Tav sono stati meno di un migliaio. Hanno camminato dal paese all’autoporto, passando per la frazione San Giuliano, dove si trova una delle sedi della Sitaf. Anche a Chiomonte un gruppo meno numeroso di manifestanti si è diretto al cantiere, verso la centrale idroelettrica. «L’obiettivo è dimostrare che possiamo arrivare alle reti – ha spiegato lo storico leader No Tav, Alberto Perino – il cantiere deve rendersi conto che non avrà mai vita tranquilla». E proprio attorno alle reti si è consumata la battaglia: con scontri tra la polizia e i manifestanti, che a Giaglione hanno provato a tagliare le reti del cantiere. Quando i No Tav si sono avvicinati alle recinzioni muniti di attrezzi, gli agenti hanno reagito sparando idranti. Tanti partecipanti sono completamente vestiti di nero e col volto coperto, molti hanno caschi e maschere antigas e portano scudi di plastica. Alcuni di loro sono francesi. Poi c’è stato un fitto lancio di sassi da parte dei centri sociali, che hanno tentato di dare l’assalto alle recinzioni del cantiere e sfondare il cordone del sicurezza. La questura ha parlato di «black bloc e gruppi organizzati». Un primo tentativo è stato respinto, ma poco dopo sono tornati alla carica e la polizia ha risposto ancora tirando lacrimogeni. Alcuni di questi, a contatto con l’erba secca, hanno provocato tre principi di incendio a poca distanza dal viadotto dell’autostrada Torino-Bardonecchia. La Val Clarea nel pomeriggio è diventata una nuvola di fumo. La battaglia è durata ore, poi il corteo si è ritirato tra le stradine per i monti per cercare di tornare a Giaglione.

Chiusa l’autostrada
Quando il corteo partito da Susa è arrivato all’autoporto la questura ha deciso di chiudere la autostrada A32 perché i manifestanti hanno occupato le corsie. Dopo l’ormai tradizionale battitura dei guard-rail con bastoni e sassi, i manifestanti hanno bloccato l’autostrada A32 Torino-Bardonecchia, sconfinando in entrambe le carreggiate. Il blocco è avvenuto nei pressi degli uffici della Sitaf, la società che gestisce l’autostrada. «Noi da qui non ci muoviamo», hanno detto i manifestanti. A Susa si sono registrati anche i primi arresti. Quattro antagonisti sono stati inseguiti per un breve tratto dalla stradale. Nell’auto che occupavano sono state trovate maschere antigas e un sacchetto pieno di viti e bulloni nonché un trapano e un farmaco solitamente usato per proteggersi dagli effetti dei lacrimogeni. Oggetti di controllo anche un pullman proveniente da Varese, con a bordo circa trenta manifestanti dell’area antagonista milanese. Altri due antagonisti sono stati fermati e accompagnati in questura, ma rilasciati dopo alcuni controlli nel pomeriggio. Le forze dell’ordine hanno identificato in totale 500 persone e controllato 200 veicoli. Secondo la questura di Torino i partecipanti sono stati circa 1.700. Molti di più secondo il movimento. Le proteste continueranno anche oggi e domani.

«Ora basta, ci vuole serietà»
Critico il presidente della Regione Piemonte, il leghista Roberto Cota: «Ora basta, ci vuole serietà. L’opera aiuta a superare le difficoltà economiche della Valle di Susa». Ancora più duro Agostino Ghiglia, del Pdl: «Non è più possibile continuare così, le manifestazioni erano annunciate da tempo e si prefiguravano violente, non è accettabile che un gruppo di violenti preparari gli attacchi e li porti a termine. Peraltro, la magistratura torinese nei confronti di queste bande di violenti ha atteggiamenti blandi. È un anno che la Val di Susa è sotto attacco, con manifestazioni violente di tutti i tipi, non è tollerabile che un’intera comunità sia sotto scacco di pochi delinquenti. Per fortuna da gennaio, grazie all’ultimo provvedimento del governo Berlusconi, l’area della Val di Susa è stata dichiarata di interesse strategico nazionale, per cui chi oltrepassa la zona compirà immediatamente un reato e potrà essere arrestato».

A rischio l’economia della zona
C’è anche la ricaduta negativa delle manifestazioni sull’economia del luogo: «È di una gravità assoluta – conclude Ghiglia – che delinquenti organizzino manifestazioni proprio nel ponte dell’Immacolata che è il primo week end sciistico creando così un danno enorme alla zona, si rischia che i tour operator annullino le prenotazioni». Barbara Bonino, assessore regionale ai Trasporti in Piemonte, lancia un appello: «Difendete la Valle di Susa dai No Tav che hanno organizzando la manifestazione con il chiaro intento di compromettere l’afflusso turistico nel ponte dell’Immacolata. La Regione – conclude Bonino – ha stanziato risorse ingenti per migliorare i collegamenti da e per la Valle, oltre 15 milioni di euro per la riqualificazione delle stazione. Ogni sforzo però viene vanificato se si consente ai No Tav di bloccare un’arteria fondamentale come l’autostrada per di più in giornate in cui si poteva prevedere l’arrivo di molti turisti».

Occhi puntati sui centri sociali

Il movimento No Tav è nato un decennio fa, «originariamente era una costola del Pd, egemonizzato dal presidente della Regione, Merdeces Bresso. Lei lo creò e lo alimentò in chiave antigovernativa. Però quando l’opera è arrivata in Europa e ha avuto l’ok di Lione, il Pd abbandonò il movimento, ma ne perse il controllo». Maurizio Marrone, consigliere comunale e vicecoordinatore del Pdl a Torino, ricorda che il movimento No Tav è nato un decennio fa, «ma adesso i No Tav sono gestiti logisticamente dai centri sociali dell’area dell’autonomia Askatasuna e da altri centri sociali dell’area anarchica». «Politicamente – spiega  Marrone – i loro interlocutori primari sono il Movimento a 5 Stelle e Sel, che qui a Torino ha sostituito Rifondazione comunista. I centri sociali, in questo momento in cui l’opera è già stata tracciata, cercano di sabotarla attaccando i cantieri, prendendo a sassate i lavoratori e distruggendo di notte i mezzi di lavoro come le scavatrici e le ruspe. È difficile capire quanti sono i manifestanti della valle perché ormai le manifestazioni attirano i black bloc e gli estremisti da tutto il Nord Italia e d’Europa. Ma occorre chiarire che il movimento No Tav è partecipato ma non è maggioritario. Si sta infatti creando una fascia di popolazione che, pur non prendendo posizione sull’opera, è contraria ai metodi della protesta». Marrone sottolinea, infine, «l’incoerenza della sinistra: le manifestazioni sono patrocinate da Sel che si proclama No Tav, ma fa parte della maggioranza che sostiene il sindaco Fassino che, invece, si proclama favorevole alla Tav come tutto il Pd». Anche Federico Callegaro, presidente del Fuan di Torino, osserva che «non è casuale la scelta dell’8 dicembre perché aprendosi la stagione sciistica si creano problemi a chi vuole approfittare del primo ponte della stagione e ai gestori degli impianti. Le tensioni gravitano intorno alla presenza del centro sociale Askatasuna – che sin dagli albori delle proteste ha l’obiettivo di capitalizzare l’esperienza No Tav e di ampliare la base di militanza per cercare una legittimazione popolare che a Torino ha perso – e gruppi anarchici che agiscono con incendi e scritte intimidatorie nei confronti di chi lavora per la Tav. Il problema oggi è quello – conclude – di riuscire a interrompere il connubio che c’è tra la popolazione che esprime una preoccupazione e i gruppi violenti che la strumentalizzano e la fagocitano».