E’ andata in onda La fiction stile “Tahrir de’ noantri”…

Per la “regia” di qualcuno piazza del Quirinale sabato sera doveva rappresentare in tutto e per tutto una riedizione italiana di piazza Tahrir. Già, la rappresentazione mediatica delle dimissioni di Silvio Berlusconi doveva essere “venduta” come quella di una caduta di un “regime”: con tutti i connotati di un nuovo 25 aprile. E in effetti, la preparazione della contestazione è stata portata avanti sui social network proprio com’è successo con le manifestazioni della “primavera araba”. Come queste ha avuto un’eco enorme sulla stampa che ha ripreso le “gesta”, i “cori” e gli umori dei manifestanti. Insomma, una fiction bella e buona che ha avuto come scenario anche Palazzo Grazioli. Sotto gli occhi di chi scrive, i manifestanti davanti la residenza di Silvio Berlusconi inneggiavano «I-talia Li-bera» come se si trattasse della prima manifestazione possibile dopo diciassette anni: anche qui bottiglie stappate in segno di giubilo, lacrime di commozione a favor di telecamere, la sensazione che – a sentire le parole che si recitavano ai microfoni – si stesse uscendo dalle grinfie di un tiranno.

La Carta? Questa sconosciuta
Passate poche ore dall’ubriacatura da dimissioni è stato chiaro a tutti che così non è. Che nessuna “parentesi della storia” si è chiusa. Ma – come ha dimostrato l’irritazione del capo dello Stato Giorgio Napolitano rispetto ai cronisti che lo incalzavano domenica sui “tempi” del nuovo esecutivo – tutto si sta svolgendo nel pieno delle dinamiche di transizione dopo una crisi di governo: segno che non c’era nessun vulnus democratico da sanare. Alla base allora – proprio da parte dei presunti difensori della sacralità della Costituzione accorsi in piazza – sembra esserci una scarsa conoscenza dei meccanismi e dei tempi della stessa Carta che sostengono di perorare. Oppure una malafede piuttosto manifesta a servizio tanto delle opposizioni quanto delle forze antinazionali e dei mercati.

I media stranieri
Ruolo tutt’altro che secondario in questa sceneggiata è stata la presenza dei media di tutto il mondo. Da giorni, infatti, le telecamere dei maggiori network di informazione internazionale sono tra le strade della Capitale a descrivere una situazione irreale (bastava leggere alcune analisi dove viene teorizzato che tutti i mali del Paese, tra cui il debito pubblico, siano diretta conseguenze dei governi di centrodestra). Tra le tanti emittenti vi è stata anche Al Jazeera che – principale punto di riferimento nel racconto delle rivolte arabe – da parte sua non ha trovato di meglio che raccontare ingenuamente le dimissioni del premier italiano con lo schemino che ha caratterizzato ciò che è successo a Tunisi, Al Cairo o a Bengasi.

Sindrome Ben Alì
Insomma, per gli autori di questa fiction, dove ognuno recita più o meno consapevolmente una parte, a palazzo Chigi sedeva l’ultimo epigono dei dittatori mediterranei da cacciare. Il fatto grave è che sono stati in molti a crederlo. La conferma? Lo stupore di chi si aspettava – in Italia e non – che il “domani” politico fosse del tutto simile alla caduta dei vari Ben Alì e Mubarak. Vedesi tra questi i molti corrispondenti stranieri che sono rimasti colpiti dal comprendere – Costituzione della Repubblica italiana alla mano – come il governo di Mario Monti dovrà in ogni caso passare da un appoggio del Pdl e del suo leader per avere una maggioranza affidabile. Segno, questo, non tanto che l’esperienza politica di Berlusconi e del Pdl è tutt’altro che conclusa ma che il Paese che viene raccontato – con molta approssimazione e con un pregiudizio anti-italiano sempre presente – nel mondo semplicemente non esiste.

La mistificazione
Tutto ciò dimostra, insomma, come ciò che andato in scena sabato sera sia stato tutt’altro che un moto spontaneo dei cittadini. Ma l’ennesimo “spot” contro l’Italia. Tant’è che – guarda caso – solo a Roma si è assistiti ai festeggiamenti per la caduta del governo, con tanto di caroselli, di Alleluia e sventolio di bandiere. Poco importa che, a conti fatti, si sia trattato tutto sommato di un migliaio di persone (al quale occorre togliere i curiosi del sabato sera): l’importante era veicolare quell’immagine, quel racconto agli occhi del Paese e del mondo.

L’attore non protagonista
Come tutte le fiction che si rispettino per le scene di piazza è stato necessario chiamare le comparse. A queste ci ha pensato Gianfranco Mascia, sulla carta leader del Popolo viola ma in realtà vero attore non protagonista di questo film. È stato lui, infatti, a chiamare a raccolta i “suoi” (messi in preallarme del resto da qualche giorno) per accorrere al Quirinale e poi sotto casa del premier. E proprio lui – reo confesso sul lancio della monetine contro la macchina di Berlusconi – rappresenta l’agit prop in servizio permanente in ogni manifestazione contro l’ex premier da diciassette anni a questa parte: un vero e proprio caratterista nato e cresciuto nel sottobosco della stagione berlusconiana. Il problema allora – se si dovesse seguire il motivetto della finzione rilanciata dai media – è che cosa farà adesso Mascia dato che il “regime” è finito. Ma, siccome né Berlusconi né il centrodestra sono implosi, per lui una parte nello scenaggiato a quanto sembra ci sarà ancora. Per fortuna sua. Purtroppo per il Paese.