Addio a Frazier, ispirò Rocky

Il gancio di sinistro di Joe Frazier nella storia della boxe rimane tuttora senza rivali. Sul jab ci sono ancora diverse scuole di pensiero, c’è chi dice James Tunney, chi Larry Holmes chi Muhammad Ali. Tra l’uppercut di Rocky Marciano e quello di Jake La Motta sorgono ogni tanto delle diatribe accesissime tra appassionati. Ma quello di Smoking Joe era “il” gancio sinistro.  
Quando è morto ieri nella sua casa di Philadelphia per un tumore al fegato a 67 anni si è scomodato anche Barack Obama per esprimere il suo cordoglio. La scomparsa di un campione dei pesi massimi negli Stati Uniti equivale alla morte di un regnante. Non a caso nell’immaginario anglosassone fa fede il motto di Jack London: «Preferirei di gran lunga essere campione del mondo dei pesi massimi, che il re d’Inghilterra, il presidente degli Stati Uniti o il kaiser di Germania».  
Pur essendo entrato nell’Olimpo dei grandi della boxe, Joe Frazier è la parabola di come si possa rimanere ai margini della storia, pur avendo lo stesso biglietto vincente degli altri. E per gli altri, il nome è Cassius Clay. Frazier era l’altra faccia dell’America. Rappresentava la maggioranza silenziosa degli americani neri: non era contro la guerra nel Vietnam, simpatizzava per il presidente Richard Nixon, non rilasciava dichiarazioni roboanti, era un padre di famiglia che praticava il pugilato perché quello era il suo mestiere. Sapeva tirare di boxe meglio di tutti. Smoking (l’iperbole voleva che i guantoni gli “fumassero” per la potenza dei colpi) aveva un difetto letale nella società delle comunicazioni di massa, della tv a colori, di Andy Warhol che predicava il diritto a quindici minuti di celebrità per tutti. Joe Frazier non era un personaggio, non insultava l’avversario, non dava pretesti, non dava notizia, non sfornava aforismi, non aveva cambiato nome né religione.
Di quanto fosse in sintonia con gli umori dell’americano medio c’è prova evidente nel film Rocky. Gli appassionati di cinema ricorderanno un suo cameo, ma Sylvester Stallone ha fatto di più, ha plasmato il suo Rocky Balboa su di lui: la città di Philadelphia, il pugile umile, dedito alla famiglia, dotato di un formidabile gancio sinistro contro un avversario tanto forte quanto irritante e vanitoso (Apollo Creed).
Per Joe Frazier la notizia era il suo lavoro. Rimaneva il facchino di una cittadina della Pennsylvania che la domenica guidava il coro nella chiesa battista e che curava il gruppo dei boy scout. La storia di Frazier era quella storia di un afroamericano che sarebbe andato in guerra se solo glielo avessero chiesto, ma che era stato esentato perché aveva quattro figli. Aveva vinto anche lui una medaglia d’oro alle Olimpiadi, quella di Tokyo nel 1964, quattro anni dopo quella di Clay a Roma. Aveva sbaragliato la concorrenza e conquistato il titolo di campione del mondo con la sua potenza devastante. Ma il “labbro di Louisville”, come chiamavano il querulo Clay, lo considerava un usurpatore. Il ribelle che aveva rinunciato alla carriera per contestare la guerra era stato immediatamente adottato dalla stampa. Frazier era un pugile, Clay un personaggio. Non c’era match. Sulla carta. L’8 marzo 1971 quello al Madison Square Garden di New York fu davvero il «match del secolo», come si usa dire con stucchevole ripetitività. Gli introiti di quella riunione pareggiarono quelli di un’intera Olimpiade. Clay condusse la sua solita battaglia psicologica. Dalle ironie sull’aspetto fisico «Frazier è talmente brutto che dovrebbe donare la sua faccia al museo di scienze naturali» all’insulto peggiore per un nero, «Zio Tom», cioè «schiavo dei bianchi». Tanto che Frazier fu costretto a passare la vigilia in una località segreta, per timore di attentati di qualche fanatico, sobillato dalle spiritosaggini di Clay. Ciononostante Smoking Joe vinse in quindici riprese, e l’avversario finì due volte al tappeto sotto il suo micidiale gancio sinistro. L’oro di Roma, l’eroe da copertina conobbe la prima sconfitta in carriera. La rivincita a New York il 28 gennaio 1974 fu meno avvincente e si concluse con la vittoria ai punti di Ali. Nel frattempo, però, Frazier aveva conosciuto il terrificante ko con George Foreman alla seconda ripresa. E la boxe non è il tennis, dove puoi perdere 6-0 6-0, 6-0 e tornare in campo il giorno dopo fresco e riposato. L’ultimo il match, la bella a Manila, è altrettanto leggendaria. Era il primo ottobre 1975. Quattordici riprese di scambi di colpi senza soluzione di continuità, match a cui si ispirò appunto il film Rocky. Prima dell’inizio della quindicesima ed ultima ripresa l’allenatore di Frazier, Eddie Futch, ritirò il suo atleta, vedendolo letteralmente distrutto dai jab di Ali. Lo stesso Ali dichiarò che non avrebbe mai saputo se sarebbe stato in grado di continuare l’incontro qualora Frazier non si fosse ritirato in un match che viene ritenuto il più grande incontro di tutti i tempi. Nel 1976 provò a prendere la rivincita su Foreman, ma subì un ko alla quinta ripresa. Si ritirò con un record di 32 vittorie (27 prima del limite), 4 sconfitte e 1 pareggio. Vinse il 73 per cento dei suoi incontri per Ko, contro il 60 per cento di Ali. Almeno in questo Frazier poteva vantare senza essere contraddetto di essere stato più forte.