Spielberg sdogana Tintin e lo celebra in un kolossal

Spielberg sdogana Tintin, personaggio cult della destra francese utilizzato anche ai tempi della “Nouvelle Droite”. Un mito del fumetto contestato dalla sinistra che lo ha liquidato di pubblicazione in ristampa come un becero conservatore e persino come razzista. Accuse immeritate che gli sono piovute soltanto perché era un anticomunista convinto. Il regista americano, per nulla condizionato dalle critiche demagogiche della sinistra, ora porta sul grande schermo l’intrepido ragazzo reporter nato dalla fantasia di Hergé e che avrà il volto di Jamie Bell. Le avventure di Tintin: il segreto dell’Unicorno, che arriverà in Italia il 28 ottobre mentre negli Usa uscirà per Natale, ha nel cast anche Daniel Craig, Simon John Pegg e Nick Frost. Un sogno che Steven Spielberg inseguiva dal 1983 quandò incontrò per la prima volta il disegnatore belga Georges Remi in arte Hergé, che inventò il fumetto. Trent’anni dopo il regista è riuscito a trasformare il fumetto in un kolossal tridimensionale da 140 milioni di dollari.
Il film racconta la storia del giovane e curioso reporter che si ritrova tra le grinfie del diabolico Ivan Ivanovitch Sakharine (Daniel Craig), convinto che abbia rubato un tesoro inestimabile legato al perfido pirata Red Rackham. Ma con l’aiuto del suo cane Milou si ritroverà a viaggiare attraverso il mondo alla ricerca dell’Unicorno, una nave naufragata che forse nasconde la chiave di un’immensa fortuna e di un’antica maledizione.
Un film che ridà smalto a un mito del fumetto che per intere generazioni ha affascinato la destra giovanile. «Tintin  – ha spiegato Antonio Faeti, docente di storia della letteratura per l’infanzia all’Università di Bologna – è un avventuriero borghese e come tale va collocato in quella parte della destra francese non precisamente gollista quanto di tradizioni lealiste, al tempo stesso conservatrice e liberal. Ancora, Tintin è un avventuriero, ama l’altrove e valorizza la differenza. Figlio, cioè, di quella borghesia retta, perbene, coraggiosa e cavalleresca. Hergé era il portatore di questi valori che potremmo definire di centrodestra».
Tintin è un giovane reporter belga, protagonista di avventure in ogni parte del globo insieme all’inseparabile cagnolino Milù (Milou). A partire dal nono albo della serie Il granchio d’oro è affiancato dal collerico capitano Haddock, e a partire dal dodicesimo albo Il tesoro di Rackam il Rosso dallo scienziato Trifone Girasole. Tintin non ha passato né famiglia; di lui non si conosce l’età e nonostante la sua professione dichiarata sia quella di reporter, vive molte avventure senza che questa professione venga direttamente esercitata. Per “ovviare” alla contraddizione data da un personaggio costantemente impegnato in viaggi attorno al mondo senza una evidente fonte di reddito, l’autore Hergé lo fa partecipare (nella sua prima “avventura in due parti”) a una fortunata caccia al tesoro, che (evidentemente) permette a lui e ai suoi soci (il capitano Haddock e il bizzarro scienziato Professor Trifone Girasole) di vivere di rendita.
I personaggi cattivi con cui Tintin si deve confrontare sono in genere spie, falsari, trafficanti di droga e schiavi. Il fumetto viene realizzato graficamente nel 1929 e un anno dopo sul Corrierino esce Tintin chez le Soviets, in cui Hergé denuncia le nefandezze del regime bolscevico e comunista. Hergé critica apertamente la cosiddetta “sana” economia sovietica. Nel fumetto il protagonista Tintin visitando un impianto si rende conto che in realtà è un semplice stabile. Scopre anche che il regime non distribuisce il pane ai bambini piccoli che non sono comunisti e utilizza all’estero le colture degli agricoltori ma solo a fini di propaganda. Hergé riesce quindi a fotografare un sistema di violenze che l’intellighentzia italiana ha “accettato” solo alla fine degli anni Ottanta, quando caduto il Muro di Berlino è finita l’infatuazione per il socialismo reale ed è crollato il mito del “paradiso” comunista.
Tintin è protagonista di altri bellissimi fumetti avventurosi, con storie ambientate in ogni parte del mondo: Europa, estremo Oriente, Russia, Medio Oriente, Africa, America e perfino sulla luna. Ed è stato il primo a rivelare nel 1960 l’esistenza del Dalai Lama in Tintin in Tibet, considerato un vero capolavoro fumettistico. Fra le tante pubblicazioni ci sono Le avventure di Tintin. La stella misteriosa ispirato ai racconti di Giulio Verne, Le avventure di Tintin. I sigari del faraone ambientato in Egitto, Le avventure di Tintin – Obiettivo Luna, Le avventure di Tintin. Il tesoro di Rakam il Rosso.
E ora ottant’anni dopo Spielberg lo celebra in un kolossal senza farsi frenare da preconcetti che invece hanno accompagnato per tanti anni Tintin e il suo inventore. Preconcetti che riescono fuori nell’ultimo nell’articolo che il venerdì di Repubblica ha dedicato all’autore del fumetto. Il settimanale accusa Hergé di essere reazionario e collaborazionista («vanta anche innumerevoli tintinnofili illustri, indifferenti al suo sospetto passato di collaborazionista da cui, dopo processo e carcere l’ha salvato proprio la celebrità del suo eroe)». In realtà  il venerdì non perdona a Hergé la grande pecca di essere stato un anticomunista antisovietico. L’articolo descrive Tintin paladino delle riscosse civili contro degrado ambientale e culto del denaro e “sdegnosetto” verso le foghe capitalistiche oltre Atlantico. Secondo la vulgata comune inoltre, il reporter è uno strenuo animalista, un sostenitore del Dalai Lama e si schiera in difesa della Cina occupata dal Giappone. È un terzomondista e sta dalla parte degli indios in difesa dei popoli e delle culture locali. Ma, proprio per questo motivo è coerentemente anticomunista e antiinternazionalista. In sostanza, è un apostolo delle terza via: incarnava il pensiero dei giovani degli anni Trenta ed era l’espressione della generazione degli indignati ante-litteram. Una sorta di indignati genuini. Quindi alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni basta rileggere Tintin per rendersi conto che gli indignati odierni sono solo un bluff.