Quelli che… con Tonino manco morti

Fa più male la pernacchia sorniona del senatùr o la frase dipietresca «se Berlusconi non se ne va ci scappa il morto»? È più incendiario giocare con le ampolle padane o soffiare sul fuoco della rivolta sociale? A ognuno la sua croce, si dirà. La maggioranza deve vedersela con le intemperanze leghiste e il linguaggio pirotecnico delle camicie verdi; il centrosinistra deve tenere a bada le sparate quotidiane dell’Italia dei valori e il radicalismo lirico di Nichi Vendola, che rischiano di far naufragare sul nascere la costruzione di un link con il terzo polo di Casini e Rutelli. Ma non è un pareggio. A leggere tra le pieghe dei blog democratici e dei commenti militanti alla festa dell’Unità si capisce che l’ex gioiosa macchina da guerra occhettiana se la passa male, tanto più di fronte a una maggioranza assediata da inchieste, gossip e veleni che però mantiene saldamente i numeri parlamentari. Di Pietro sì-Di Pietro no, Vendola sì-Vendola no: la sinistra somiglia a una sgangherata comitiva tenuta insieme solo dall’odio contro il bullo di quartiere (anche ieri il pd milanese a San Sabila era alle prese con la raccolta di firme per chiedere le immediate dimissioni del Cavaliere del male).
Divisi in mille rivoli, vietato chiamarle correnti, vecchio vezzo del Pci, non sono pronti all’eventuale voto anticipato, non sanno che pesci prendere sulla leadership, vanno a ruota della piazza e del sindacato, non hanno una proposta alternativa costretti a muoversi tra nuovi Ulivi e vecchie Unioni. E lo sanno anche loro. «Tutti insieme dovremmo essere d’accordo su un programma, non di 300 ma di 3 pagine, che spieghi agli italiani quello che vogliamo fare e in che modo vogliamo farlo», dice Beppe Fioroni che definisce Bersani «determinato come il tenente Colombo». E con un chiodo fisso, «il premier faccia un passo indietro con un gesto di responsabilità», ripete ogni giorno come faceva il Msi anni ‘70. Sul sito del Partito democratico campeggia lo slogan L’Italia di domani, ma su quella di oggi non c’è traccia. Un giorno si rincorre il dialogo tra riformisti e moderati, l’ altro ci si lascia chiudere in un angolino a sinistra in compagnia di Vendola e Di Pietro. Già, l’ex pm. Ormai non lo sopporta più nessuno ma per scaricarlo bisognerebbe avere un sostituto. Casini, (definito da Di Pietro «una escort della politica»)? Non sembra interessato. Fini? Non pervenuto. Rutelli? Ci sta pensando…
Se Bersani, dopo il siparietto di Vasto, ha qualche problema a commentare ci pensa il suo vice Enrico Letta: «Il governo di responsabilità nazionale sarà la cartina al tornasole per fare le alleanze del 2013, quando si voterà. Sulla base degli atteggiamenti di responsabilità o di irresponsabilità giudicheremo le alleanze possibili. È evidente che con Di Pietro è difficile fare pezzi di strada insieme». Marco Follini è ancora più esplicito: «Non è tollerabile, non abbiamo nulla da spartire». Quelle quattro paroline («ci scappa il morto») buttate là da Tonino trasformano in una voragine la distanza già forte con il Pd, dove nelle seconde file il disagio è alle stelle. Per Antonello Giacomelli, braccio destro di Franceschini, «il libero sfogo al populismo di bassa lega fa il gioco di Berlusconi, che Di Pietro ne sia consapevole o meno». Luciano Violante, politico ed ex magistrato di lungo corso, spiega che «certe parole non si pronunciano mai», insomma è stato un errore, «se invece quella è la sua linea politica, allora cambia tutto».
Il leader del Pd, accusato anche di flirtare con Maroni per disarcionare Berlusconi, è l’ultimo a poter dettare la linea. Dopo l’imbarazzante affaire Penati, l’improvvida stretta di mano con Nichi e Tonino (le “tre grazie”, hanno ironizzato D’Alema e Veltroni) e il ginepraio di risse sul referendum elettorale, il segretario è nel mirino degli avversari interni. I veltroniani Giorgio Tonini, Stefano Ceccanti e Salvatore Vassallo, in un’intervista al Foglio, lo dicono apertamente: se si votasse a scadenza naturale nel 2013 vogliono aprire una verifica della leadership e si scaldano i muscoli in vista del 10 ottobre quando si terrà l’assemblea di Modem (la minoranza guidata da Veltroni, Fioroni e  Gentiloni che conta il 25 per cento). «Se non si andrà a votare nella prossima primavera è necessario chiedere primarie di partito da anteporre alle primarie di coalizione», spiega Ceccanti. Per Vassallo «non è pensabile andare a votare nel 2013 senza avere prima chiesto al nostro elettorato di esprimersi sulla persona che andrà a guidare la coalizione». Come dire: se si va al voto anticipato, ci turiamo il naso e ci teniamoci Bersani, altrimenti riapriamo i giochi modificando lo statuto del partito che, nel caso di primarie di coalizione, dice che tra gli iscritti è ammessa l’unica candidatura del segretario (che è Bersani fino al ottobre 2013). Quindi, tanto per fare un esempio, Matteo Renzi che intende partecipare alle prossime primarie, dovrebbe uscire dal Pd. Il pressing della minoranza è incalzante: possiamo costringere a uscire dal partito tutti quelli che «vogliono dare un contributo per rendere più innovativo il profilo del Pd»? Immediata e infuriata la replica dei bersaniani: «Il Pd ha un leader forte, eletto con oltre un milione e 600 mila voti alle primarie del 2009. Bisogna smetterla di guardarsi la punta delle scarpe per interessi interni. Tutte le energie devono essere messe al servizio degli italiani». Lanciato il sasso, Veltroni prende le distanze, «sì, ho letto sui giornali, è un’iniziativa che riguarda loro… È veramente l’ultima cosa a cui penso in questo momento, e all’assemblea di Modem ci occuperemo delle prospettive politiche».