L’intramontabile Jean Marie guida il “dopo Le Pen"

Un vecchio dinosauro ormai stremato. Un uomo sconfitto. Questo, nella percezione dei media francesi e internazionali, era sino a ieri Jean Marie Le Pen, il leader del Front National. Personaggio discusso e discutibile, spesso irritante e provocatorio, le Chef sembrava ormai avviato sul viale del tramonto e il suo straordinario exploit alle presidenziali del 2002 (il celebre “coup de tonnerre” con cui il leader frontista umiliò il socialista Jospin) rimaneva solo un brutto incidente di percorso nella storia della République. Da cancellare. Da dimenticare. Ma, proprio in questi mesi, l’antico incendiario è tornato inaspettatamente  ad animare (e/o inquietare) una volta di più la società politica transalpina. In modo imprevedibile. Da attento lettore di Sun Tzu (probabilmente sin dai tempi dell’Indocina), il leader frontista ha applicato una delle massime vergate dal maestro cinese in L’arte della guerra: spiazzare avversari e sostenitori, ritirarsi per poi — cambiando velocità, dinamiche e volti — nuovamente avanzare.
Ma andiamo per ordine. Nel primo scorcio del 2011, con una mossa a effetto, le Chef ha consegnato la sua creatura politica, il Front, a un’altra sua creatura, questa volta biologica e al tempo stesso politica: la figlia Marine. Con il congresso di Tour – il primo congresso “vero” della storia del Fn e, quindi, inevitabilmente lacerante – il patriarca della Droite nationale ha imposto la sua bimba alla guida della movimento. Non è stato facile: gli oppositori interni (il 32,5 ha votato per il deputato europeo Bruno Gollnisch e il 23,5 si è astenuto) hanno pesantemente contestato la scelta familiare. Lo conferma il fiorire sulla stampa nazionalista (Rivarol in primis) e sui siti collegati di dimissioni, critiche e lamentele contro il vecchio capo e il mitragliamento d’improperi verso la sua bionda erede. Ma il “grande fossile” non si è scomposto e a nel convegno di Tours – per la prima volta in platea – ha ascoltato compiaciuto  i discorsi decisamente innovativi e ha applaudito la presentazione della nuova équipe dirigente, “les gars de la Marine”, un gruppo tutto plasmato da Hènin Beaumont, il leader del Pas de Calais, il feudo elettorale dell’erede. Volti nuovi, giovani, immigrati integrati e ipernazionali, tante donne, ma pochi “pieds noirs” e nessun “soldato perduto” d’Indocina e Algeria.  Una trasformazione semantica e antropologica.
Con la successione familiare Jean Marie “l’impresentabile” ha chiuso definitivamente i conti con gli ultimi avversari interni e, soprattutto, con i loro ambienti di riferimento. Marine, con l’appoggio del padre, si è potuta finalmente distaccatare dall’estrema destra, dai circoli petainisti, monarchici, ultracattolici o post colonialisti e dagli ex attivisti di Occident, Ordre Nouveau e di Forces Nouvelles: un mondo che i Le Pen considerano ormai ingombrante e politicamente marginale (ma elettoralmente sempre recuperabile). Non preoccupa dunque che Gollnisch, riferimento della militanza pura e dura del Fn, rifiuti di collaborare con Marine e tanto meno che Roger Holeindre, figura storica del movimento e personaggio di riferimento per  “les ancien paràs”, abbia sbattuto la porta all’indomani del congresso. Le Chef non ha mosso ciglio. Cinicamente Le Pen sa già che  il vecchio paracadutista e il presidente mancato finiranno a vagare nello stesso limbo politico in  cui ruotano da tempo tutti i suoi vecchi avversari interni, da Bruno Megret a Carl Lang e Martial Bild.  Negli anni, come Kronos  Jean Marie, al primo sintomo di rivolta, ha divorato tutti i suoi figli, rendendoli subitamente degli iloti.
Secondo punto. La svolta congressuale di Tours e la conseguente rottura con vecchi frequentazioni non è per i Le Pen un tradimento o un’inversione di marcia. Anzi, è un ritorno a casa, un biglietto verso quel populismo aggressivo e post ideologico, ma attento ai problemi sociali dei ceti più disagiati e privo di connotazioni nostalgiche , da cui il dinosauro proviene. Ecco perché, per chi conosce le categorie lepeniane e la vera storia del Fn, l’esito dell’assise frontista e i successivi sviluppi non sorprendono. Tutt’altro.
Val dunque la pena fare un passo indietro e tornare agli anni ‘50. Le Pen senior non ha mai dimenticato d’essere stato il più giovane deputato del movimento di Pierre Poujaude, il mitico tribuno (aggressivo nei termini, moderato nei programmi e, dato non trascurabile, lontanissimo dai temi neofascisti) della Francia profonda della IV Repubblica. Interpretando magistralmente le paure della piccola borghesia, il volitivo “cartolaio di Saint Céré” conobbe un breve periodo di notorietà e un indubbio successo politico (nel 1956 il suo movimento fu premiato da ben 2,4 milioni di voti), ma la sua esperienza si chiuse con il ritorno al potere di De Gaulle e l’instaurazione della V Repubblica. Il generale, forte del suo carisma e di un improvviso benessere (il miracolo economico francese), cancellò rapidamente dal proscenio Poujade e i suoi seguaci. Compreso Le Pen. Poi agli inizi dei Settanta l’ex deputato ebbe un’intuizione e giocò la carta degli ultra nazionalisti. Fece “bingo”. Con incredibile facilità il pirotecnico Jean Marie s’impose su una galassia magmatica, generosa ma politicamente sterile (si veda l’intervista a Jack Marchal, uno dei leader del tempo, pubblicata sul nuovo numero  di Diorama Letterario) e costruì, sulle ceneri di Ordre Nouveau, del Pfn e di altri  gruppi, il Front National di cui divenne il capo indiscusso. In pochi anni, agitando il tema scomodo dell’immigrazione, il Front divenne una realtà politica di rilievo nazionale con consistenti rappresentanze alla Camera e al parlamento europeo. Una vittoria forte, ma incompleta. Malgrado le percentuali importanti ottenute a partire dagli anni Ottanta, l’oligarchia francese seppe creare un muro di gomma e d’odio attorno al Fn. Sull’onda di una campagna giudiziaria-mediale Jean Marie si ritrovò presto isolato e demonizzato e, una volta in più, ai bordi della grande politica.
Oggi, finalmente libera da antiche obbligazioni (è di questi giorni l’espulsione del braccio destro di Gollnish, Yvan Benedetti reo d’atteggiamenti antisemiti e frequentazioni ultra) Marine cerca d’esprimere un profilo nuovo, decisamente spregiudicato e non privo di contraddizioni, critico verso i poteri forti ma fedele ai dogmi del 1789, fortemente sociale ma non estremista, fieramente francese ma aconfessionale, anti americana ma attenta al fenomeno del Thea Party. Non tutto, ovviamente, è farina del suo sacco; a sostegno e consiglio della bionda candidata all’Eliseo da tempo opera, accanto all’ufficio politico del Fn di Henin Beaumont, un Cabinet segret, composto da una trentina di alti funzionari dello Stato, énarques o polytechniciens, economisti, professionisti, dirigenti di grandi industrie, tutti provenienti da ogni orizzonte possibile (gollisti eretici, ex sarkozysti, socialisti delusi, ecologisti) salvo quello frontista. E proprio seguendo le coordinate tracciate dal suo personale e prestigioso thing tank, gestito dall’avvocato Louis Alliot (il compagno di Marine), la figlia del dinosauro ha tracciato il suo discorso d’investitura congressuale. A Tours, Marine ha citato Jaurès e Péguy, esaltato i valori della République contro ogni forma di comunitarismo, evocato la laicità contro l’invasività dell’islamismo (paragonato, altro colpo ai vecchi collabòs, all’invasione nazista…), denunciato gli eccessi della globalizzazione  e invocato la restaurazione della sovranità nazionale contro i burocrati di Bruxelles e chiesto l’uscita dal sistema dell’euro, «la moneta dell’occupante». Non sono mancate critiche sull’abbandono da parte di Sarkozy della dottrina gollista. Il punto centrale del discorso congressuale della signora del Fn era però tutto racchiuso nella rivendicazione piena e “sans ambage” di un nuovo patriottismo economico che tuteli i ceti più deboli e comprenda non solo servizi pubblici forti, un fisco giusto ma soprattutto  «il controllo dello Stato dei settori strategici: l’energia, i trasporti, la salute, l’educazione» e, se necessario imponga «la nazionalizzazione delle banche, organismi insensibili a ogni etica e morale». A chi la contestava, la bionda erede ha risposto che le linee del nuovo Fn in campo sociale ed economico (tutte assolutamente scandalose per le élites francesi) si ispirano in buona parte al programma del Conseil National de la Résistance, dunque….
All’indomani del congresso i sondaggi premiavano con cifre importanti la neo presidentessa e stimavano la potenziale crescita elettorale del nuovo Fn attorno al venti per cento. Forte di questi dati positivi, con indubbia abilità – e il discreto sostegno di papà –, Marine ha imposto sino a oggi un precario equilibrio tra il gruppo gli henoisien (innovatori quanto si vuole, ma sempre frontisti) e il suo cenacolo privato di tecnocrati. Talvolta, madame, sempre attenta all’organizzazione, concede qualche soddisfazione ai militanti e, per esempio, vola a Lampedusa in compagnia dell’ingombrante Borghezio, ma subito dopo gestisce, con crudeli sapori femministi, l’imbarazzante vicenda americana di Strauss-Kahn. Al tempo stesso è capace di difendere con orgoglio la storia del Fn e archiviare le campagne per la pena di morte. Sull’immigrazione – il cavallo di battaglia di sempre – la presidentessa propone nuove, più tolleranti ricette e, al tempo stesso, imbarazza il governo rivelando i dati segretati da Sarkozy sui clandestini. Regalo offerto da un nuovo influente quanto misterioso membro del Cabinet segret.
Terzo punto. L’operazione sembra funzionare. Giocando su due velocità e più culture, Marine – lo confermano gli ultimi dati pubblicati da Le Figaro – è riuscita a mantenere e migliorare il suo gradimento nella corsa verso l’Eliseo. Da mesi politici e giornalisti  hanno cercato di capire, comprendere, analizzare. Con esiti il più della volta patetici. Libèration, l’organo dei radical chic, ha titolato in prima pagina «Gli anti Le Pen hanno fallito?». La risposta non poteva che essere affermativa. L’euro deputato comunista Jean Luc Melenchon ammetteva «ho sempre sostenuto che bisognava sciogliere il Fn. Invano». L’inchiesta di Libè si concludeva mestamente con questa analisi «per apparire come un partito di governo, il Fn propone idee credibili e realiste. Un discorso che incontra successo soprattutto nelle fasce sociali pauperizzate dalla crisi». Ancor più preoccupati sono i neo gollisti dell’Ump, già innervositi dal calo di popolarità di Sarkozy, dalle trame centriste e dai ricatti di Dominique de Villepin e Chirac. Va segnalata un’eccezione importante. Il presidente. Sarkozy, dimostrandosi, una volta di più, uomo intelligente ha scelto un profilo sobrio e neo identitario. L’inquilino dell’Eliseo pellegrina tra le abbazie e monasteri, esaltando le radici cristiane della Francia, frequenta caserme e difende con forza le Forze armate. Infine nomina ministro della Difesa, un vecchio concorrente di Jean Marie: Gérard Longuet, portavoce negli anni Sessanta di Occident e poi capofila di Ordre Nouveau…
Conclusione. Al netto degli stratagemmi e dei riposizionamenti tattici, rimangono solo molte parole e tanta irritata sorpresa e, sia a destra come a sinistra, poche analisi convincenti. A parte (forse) Sarkozy, i professionisti della politica e della comunicazione preferiscono immaginare l’opzione protestataria di un consistente segmento dell’elettorato francese come un mero aspetto della crisi economica e non un riflesso di cause e mali più profondi.