L’instabilità politica nutre la pirateria

Aumentata in maniera impressionante quest’anno l’attività dei pirati nel Golfo di Aden. La missione nel Corno d’Africa e in Tanzania di Margherita Boniver, inviato per le emergenze umanitarie del ministro degli Esteri Franco Frattini, apre uno spiraglio di speranza per la sorte degli 11 marinai italiani sequestrati da mesi dai pirati somali e detenuti sulle loro navi alla fonda a nord del porto di Mogadiscio.
La petroliera “Savina Caylyn”, di proprietà dei fratelli napoletani D’Amato, fu abbordata l’8 febbraio scorso da cinque pirati, e successivamente portata sulle coste somale. L’equipaggio è formato da cinque italiani e 17 indiani. Il riscatto pare essere stato fissato sui 16 milioni di dollari. L’altra nave italiana nelle mani dei pirati è la “Rosalia D’Amato”, abbordata da due barchini il 21 aprile al largo delle coste delll’Oman. A bordo c’erano 22 uomini di cui sei italiani. Poche ore dopo, anche la portacontainer coreana “Hanjin Tianjin” ha subito un assalto nel Golfo di Aden, mentre proveniva da Gibilterra e stava dirigendosi a Singapore.
Le due imbarcazioni battenti bandiera italiana nelle mani dei pirati somali sono al momento controllate dai radar delle navi della Marina militare impegnate nelle operazioni Atlanta dell’Ue e Ocean Shield della Nato.
I sequestri di imbarcazioni nell’Oceano Indiano (142 assalti solo dall’inizio del 2011) sono diventati un’ attività criminale sempre più tecnologicamente sofisticata e dotata di know-how che investe in pieno Gibuti, primo vettore portuale dell’Africa orientale, provocando sulla città-porto pesanti ricadute sul piano dei commerci internazionali.
E mentre la comunità internazionale è ancora alla ricerca di una ricetta efficace per mettere fuori gioco i pirati somali, questi perfezionano con astuzia la loro tecnica: ultimamente si registrano attacchi più frequenti verso navi di Paesi che ancora non hanno adottato leggi che consentono il ricorso a militari o contractor a bordo. Entro il mese di luglio il nostro parlamento dovrà discutere una mozione che incoraggia il governo ad acconsentire la presenza – qualora richiesta dall’armatore – di una scorta militare a bordo delle navi mercantili proprio per metterle al riparo dai pirati.
Da parte sua la Tanzania è pronta a mettere in campo la sua intelligence per aiutare l’Italia ad ottenere quanto prima il rilascio dei marittimi, come hanno assicurato alla nostra inviata il primo ministro Mizengo Pinda e il ministro delle Finanze Mustafa Mkulo incontrati nelle ultime ore nella capitale Dar es Salaam. La Tanzania tra l’altro ieri ha dato il suo “ok” all’acquisto di due pattugliatori d’altura di Fincantieri, ex Guardia di Finanza, che da adesso cominceranno a controllare le acque territoriali in funzione antipirateria.
Secondo gli ultimi dati del rapporto “Oceans beyond piracy” il costo finanziario della pirateria marittima è stimato in circa 12 miliardi didollari, in buona parte dovuti ai pirati del Golfo di Aden. Attualmente nelle mani dei pirati vi sono circa 30 navi e oltre 600 marittimi di tutto il mondo. I riscatti hanno fruttato diverse centinaia di milioni di dollari negli ultimi due anni. A queste cifre vanno aggiunti i costi che la comunità internazionale paga ad esempio per la scelta di molte compagnie di percorrere rotte alternativa, ossia circumnavigando il Capo anziché passare per Suez, i cui introiti sono decisamente crollati con impatti socio-economici significativi per l’Egitto. La circumnavigazione costa alle compagnie circa 2,5/3 miliardi di dollari l’anno. Costano anche agli armatori nuovi equipaggiamenti di sicurezza, l’imbarco di contractors armati, le polizze di assicurazione: le compagnie assicurative considerano il Golfo di Aden zona di guerra pari a Iraq e Afghanistan. Per non parlare dei costi, per gli Stati, della mobilitazione delle flotte militari, che dovrebbero aggirarsi sul miliardo di dollari l’anno.
Ma il problema, come spesso capita, è a monte: occorre dare una stabilità politica all’area, e in particolare alla Somali: all’inizio degli anni Duemila i pirati erano una cinquantina e agivano con mezzi di fortuna: oggi sono oltre un migliaio e agiscono strutturati in un’organizzazione militare molto efficiente. E producono reddito per le popolazioni costiere, che li assistono in ogni modo. I milioni di dollari dei riscatti rappresentano reddito non solo per i pirati stessi, ma anche per le località che ospitano i santuari del crimine; in pratica, si tratta solo di un business alternativo, effettuato da quelle popolazioni che hanno visto interrompersi drammaticamente quella che era la loro unica fonte di sostentamento, ossia la risorsa ittica.  I loro rifugi, oggi noti, sono principalmente due: uno nel porto di Eyl, nel Puntland , e un altro in territorio somalo, ad Harardera. I rifornimenti sono garantiti da una rete di “sponsor”, che procaccia armi, gommoni veloci e quant’altro, e addirittura dai porti yemeniti. Una curiosità: mai nessuna nave somala, o comunque con carichi appartenenti a uomini di affari somali, è stata attaccata.