Gli speculatori ci sono costati quasi 49 miliardi

Otto miliardi di capitalizzazione bruciati dalle nostre banche soltanto nell’ultima settimana. Gli speculatori (non solo quelli che “giocano” in Borsa ma anche quelli che “giocano” con l’immagine dell’Italia) sono entrati in azione, con una serie di falli da rigore, tackle e placcaggi da cartellino rosso, parole pesanti come pietre, allarmismi e fango. La tattica è semplice: escono le prime indiscrezioni sulla manovra, il centrosinistra risponde con una campagna catastrofista, i mercati si mettono sulla difensiva, le azioni scendono. C’è chi ne approfitta per acquistare i titoli a prezzi da discount. Poi la manovra si delinea, le azioni riprendono valore e chi le ha acquistate finisce per guadagnarci parecchio. Nel frattempo c’è l’opposizione che “incassa” i risultati della sua propaganda all’insegna del «ci mandano tutti sotto i ponti», la strategia della paura e della menzogna. A conti fatti, l’allarmismo e le speculazioni non sono dovuti al calo di credibilità del governo, quanto invece all’offensiva denigratoria del centrosinistra, dei giornali “organici” e di una certa tv. E c’è chi ci mette il resto, con analisi sbagliate, come l’ex commissario europeo Mario Monti che, in un’intervista al Messaggero, ha sostenuto che le riforme non vengono fatte a causa del bipolarismo (dove, a suo giudizio, esiste sempre una delle due parti «pronta ad assecondare le resistenze corporative»).
È un formicaio impazzito e non ci si rende conto che al centro di tatticismi e strategie catastrofiste c’è l’economia nazionale, e cioè i risparmi della gente comune che vengono tutelati dalla manovra economica del governo e non certo da coloro che agiscono per buttare a mare tutto, purché ci sia un tornaconto elettorale. Giorgio Napolitano guarda a questa situazione e invita alla coesione nazionale. Ma dal Pd arriva subito una sorta di stop («la collaborazione è possibile ma non con la fiducia») mentre Antonio Di Pietro apre al dialogo annunciando emendamenti per cambiare i provvedimenti che sono l’ossatura della manovra. Tutte cose che, vista la situazione, si presentano come praticamente impossibili. Richiederebbero infatti troppo tempo, mentre c’è l’urgenza di approvare il piano economico del governo. Per tranquillizzare i mercati bisogna fare presto. E in questo senso si è impegnato il ministro Giulio Tremonti, illustrando la manovra ai colleghi dell’Eurogruppo a Bruxelles.
Anche ieri è stata una giornata difficile: lo spread del Btp rispetto al bund tedesco è volato a 305 punti (58 in più dello scorso venerdì), Piazza Affari, dopo il tonfo dello scorso fine settimana, ha inanellato un’altra giornata da incubo, con il Ftse Mib che ha perso il 4 per cento, nonostante l’intervento della Consob che aveva vietato le vendite allo scoperto. Mosche cocchiere le banche che hanno segnato pesanti ribassi. In sofferenza anche i titoli spagnoli (337 lo spread rispetto al bund) e quelli francesi (62,3 punti, ai massimi dal 2009), oltre ai cosiddetti Paesi della periferia dell’eurozona, al Belgio, all’Austria, all’Olanda e alla Finlandia. Segno evidente che l’euro resta un sorvegliato speciale, come dimostrano le oscillazioni che lo hanno portato sotto la soglia di 1,41 contro il dollaro, mentre tutte le Borse europee viaggiavano in terreno negativo.
Ma anche se le convulse ore che stanno vivendo i nostri titoli pubblici potrebbero far pensare il contrario, l’Italia non è entrata affatto nel gruppo dei sorvegliati speciali che comprende la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo e la Spagna. Da noi la situazione è diversa: il debito c’è, ma è stata anche messa in piedi una manovra da 51 mliardi di euro in quattro anni che, da qui al 2014 ci porterà al pareggio di bilancio. Un provvedimento credibile, come hanno dimostrato gli apprezzamenti di Moody’s, della Bce, di Draghi e per ultime della Ue e di Angela Merkel (la Cancelliera ha chiamato Berlusconi invitandolo ad approvare subito la manovra) che hanno parlato, rispettivamente, di «Italia sulla strada giusta» e di «certezza che le riforme necessarie verranno messe in atto». Speriamo che se ne accorgano presto anche le agenzie di rating. I loro ultimi giudizi sull’Italia, infatti, sanno di faziosità lontano un miglio. L’allarme sulle nostre banche, che sono tra le meno esposte del mondo occidentale, e la minaccia di abbassare il rating ai titoli di Stato sono utili a innescare speculazioni al ribasso, ma non hanno fondamento. Lo si è capito a Bruxelles, dove da qualche settimana si discute sulla necessità di creare un’agenzia di rating europea per controbilanciare il domino made in Usa.
E qui sta uno dei problemi attuali. Sono molti gli analisti convinti che Moody’s  e compagni stanno dando un grande aiuto al presidente degli Stati Uniti, alle prese con un debito che sembra non avere confini. Obama ha in corso consultazioni con democratici e repubblicani per alzare il tetto massimo del debito dell’amministrazione federale. Deve farlo entro il 2 agosto, perché oltre quella data si vedrebbe costretto a sospendere molti pagamenti: una situazione parente stretta del default che è praticamente ingestibile per altre vie. Per il Fmi, infatti, il debito pubblico Usa toccherà nel 2015 il 111 per cento, ma Washington non ha ancora fatto nulla per porvi un freno. In quell’anno il Pil americano a valori correnti dovrebbe essere superiore rispetto al 2008 di 25 punti percentuali, ma nello stesso periodo di tempo il debito crescerà di ben 27 punti percentuali. Ci sarà, insomma, sempre maggiore bisogno che i mercati internazionali sottoscrivano i titoli che il Tesoro Usa sarà costretto a emettere per finanziare gli ulteriori sforamenti nei conti. Che cosa c’entra questo con l’Italia e con l’Europa? Molto. Perché Stati Uniti, banche e speculatori che hanno in portafoglio i titoli del debito a stelle e strisce hanno tutto l’interesse a spostare le turbolenze altrove. Se in Europa tanto meglio, perché da noi c’è il mercato del debito più liquido che esista. Le agenzie di rating non fanno che essere strumento di queste necessità. L’Italia, con uno spreed di 305 punti tra Btp e bund tedesco, pagava ieri in rendimenti a chi sottoscriveva un Buono poliennale del Tesoro un premio di 3,05 punti percentali: tradotto in cifre assolute, con un debito pubblico di 1.890 miliardi, questo si traduce in 48,8 miliardi di euro di maggiore spesa per interessi. Quasi l’intera manovra di Tremonti. Opposizioni e media se ne rendano conto e collaborino per sottrarre il Paese al ricatto della speculazione. Finora hanno fatto solo disfattismo.