Tornare maggioranza è ancora possibile

Dice: il centrodestra ormai è minoranza nel Paese. Le amministrative, i referendum, i sondaggi, una certa effervescenza vendoliangrillina in effetti qualche segnale lo mandano. Non serve avere una cattedra di politologia per capire che il Pdl arranca, che Berlusconi ha perduto il “sorriso magico”, che in Italia la voglia di cambiamento è tanta. E allora sì, forse dobbiamo proprio riconoscere che il centrodestra è minoranza nel Paese. A meno che non si faccia un passo ulteriore e si riconsideri il tutto alla luce di altre coordinate: e se fosse questo centrodestra a essere in crisi? E se fosse questo Pdl a non convincere più gli italiani? Insomma, il “tafazzismo”, l’autolesionismo suicida e incapacitante che per anni ha afflitto la sinistra non deve divenire ora la zavorra del centrodestra. Che, se vuole, ha i mezzi per ripartire e dimostrare di essere ancora maggioranza.

Berlusconi senza berlusconismo?

«Il centrodestra berlusconiano, con l’assetto che abbiamo conosciuto finora, è sicuramente minoritario, oggi come oggi. Ma la cultura di centrodestra è sempre stata maggioranza, in Italia», spiega Alessandro Giuli, vicedirettore del Foglio e osservatore critico di tutto ciò che si muove nel postfascismo e dintorni. «Il Pdl – aggiunge – ha perso la capacità di mobilitare gli elettori in vista di una rigenerazione politica, ma non c’è dubbio che nel sentire comune i valori di destra sono maggioritari. Pensiamo solo ai due comuni simbolo in cui ha vinto il centrosinistra alle ultime elezioni: ebbene, Napoli ha dimostrato di essere una città populista e conservatrice, mentre a Milano mi pare che in fondo domini pur sempre una borghesia di centrodestra. E quindi? Cos’è che non funziona? Mettiamola così, per usare termini “mercatisti” che non mi piacciono: la domanda di centrodestra c’è sempre, è l’offerta che non funziona e non riesce a intercettarla». C’è da chiedersi, tuttavia, quali siano i mezzi per riequilibrare questo “mercato politico”, posto che la “mano invisibile” di Adam Smith, semmai ha funzionato da qualche parte, certo in politica non ha mai dato notizia di sé. «Se Berlusconi lascia la scena in modo triste e cruento – replica Giuli – allora il centrodestra è davvero finito e diventa impossibile rappresentare quella domanda politica in modo vincente. Se invece riesce a lasciare salvando il bipolarismo (nonostante la Lega, che rema in senso opposto), se non cede all’idea di affiliare Casini a sé, se rilancia le sue idee e non se stesso allora tutto è possibile. L’ideale, insomma, sarebbe avere un berlusconismo senza Berlusconi. Qui, però, rischiamo di ritrovarci con il berlusconismo ai minimi termini ma con Berlusconi ancora al comando…».

Silvio si “riunga” nel consenso
Chi ha un suggerimento da dare al premier per far ripartire il centrodestra è invece Salvatore Merlo, autore de La conversione di Fini (Vallecchi), che spiega: «Berlusconi ha preso due randellate violentissime. Se vuole rilanciarsi (e deve farlo, perché secondo me è ancora l’unico leader del centrodestra) deve riungersi nel consenso attraverso le primarie. Immaginiamo che il Cavaliere si candida e raccoglie 5 milioni di preferenze. Sarebbe un segnale forte». L’idea ha un senso. Ma portare gente a votare per proclamare il trionfo di un leader già predefinito si chiama “plebiscito”, non “primarie”. «Macché – replica Merlo – gli Alemanno, i Formigoni, si devono tutti candidare. Il secondo classificato staccherebbe un ticket per affiancare il Cavaliere e sarebbe fortemente lanciato per la successione». Del resto anche per il giovane analista «l’area semantica del moderatismo è maggioranza. È la sua attuale articolazione che non raccoglie più consensi».

Se Alfano gioca a poker…
Anche l’editorialista de La Stampa, Mattia Feltri, ritiene che «il blocco elettorale del centrodestra è sempre stato maggioranza nel Paese. Ma è vero che in questa legislatura Berlusconi ha sprecato un’occasione storica. Personalmente speravo in una legislatura costituente, che facesse le riforme, magari con Veltroni, e poi creasse i presupposti per la successione. Invece ha dato vita a un’altra legislatura di rottura». E adesso? Adesso, per Feltri jr, «il Cavaliere ha un’unica possibilità, che è quella di prendere seriamente in mano l’idea della successione. Solo così potrebbe avere una speranza. E sarebbe comunque difficile. Del resto se cade lui non so cosa possa succedere. Sarebbe un quadro talmente differente che almeno io non so proprio come immaginarlo. La nomina di Alfano come segnale di discontinuità? Non scherziamo: tutto quello che è stato detto in questi giorni equivale al cambio della sedia del giocatore di poker che sta perdendo…».