Ora diamoci da fare, poi voltiamo pagina

Non è ancora tempo di commenti, di analisi spietate e approfondite: a fatica si raccolgono coscritti e volontari per formare a Milano, intorno alla Moratti, l’estrema linea difensiva di una città simbolo nella recente storia del centrodestra e di una città chiave nella politica italiana. Ci dobbiamo sentire tutti ancora impegnati in questa battaglia. È tempo di battersi con le unghie e con i denti, sacramentando solo a bassa voce per il tempo perso, per le occasioni perdute, per i ritardi nella costruzione di un partito vero, per la prolungata passività di fronte alle provocazioni della Lega, per la miopia di troppi caporali di giornata, che anche una certa Milano ringhiosa, come Gattuso e forse di più, ha quotidianamente proposto come immagine complessiva del Pdl.
Ho detto e ripetuto che questa legislatura somiglia a un road movie americano: una storia dai ritmi incalzanti e frenetici, in cui Silvio Berlusconi, di sequenza in sequenza, sembra sempre sul punto di cadere ma riesce a sfuggire ai suoi inseguitori. Milano non è certo l’epilogo di questa vicenda, ma rischia di diventare la scena chiave, quella in cui il protagonista viene circondato e intrappolato in un autogrill. Eppure, a livello nazionale, i numeri non raccontano certo una catastrofe del centrodestra. Anzi, a ben vedere, i risultati ci dicono di un Partito democratico insidiato o addirittura travolto da forze radicali, come i grillini, i dipietristi e persino De Magistris. Cifre inconfutabili si incolonnano in un’ideale ricevuta fiscale che attesta il prezzo pagato da Bersani e soci alla radicalizzazione del conflitto giudiziario contro Berlusconi. Nel medesimo paesaggio uscito dalle urne, si percepisce la variabile identità del Terzo polo, il più delle volte corrispondente ad un’Udc ingrassata o dimagrita di qualche chilo o al travestimento di modeste esperienze locali fuoriuscite dal Pdl. Troppo poco per descrivere un vero e proprio debutto di questa aggregazione che rimane un oggetto mediatico, immateriale, per non parlare di Futuro e libertà, decisamente non ancora attrezzato e radicato per affrontare una sfida amministrativa.
Non di meno il quadrato di Milano è decisivo: troppo forte il potere evocativo della capitale lombarda, troppo marcato il suo valore simbolico nella storia di Silvio Berlusconi e dell’intero centrodestra, troppo baldanzosi i toni plebiscitari con i quali ci siamo avventurati nella battaglia all’ombra delle guglie del Duomo, per non capire che tutto può e deve ancora essere tentato per evitare questa sconfitta. Solo dopo il ballottaggio, comunque vada, verrà il momento di affrontare senza più esitazioni le troppe contraddizioni che si sono accumulate dalla nascita del Pdl ad oggi. Dobbiamo costruire un nuovo centrodestra, più inclusivo, capace di tessere alleanze, di federare compagni di strada, di incanalare i forti movimenti civici che anche nel centrodestra stanno nascendo e che ci hanno consentito di evitare, anche in questo turno elettorale, una debacle peggiore. Abbiamo bisogno di una nuova legge elettorale, di restituire senso e profondità alla sovranità popolare e quindi alla politica, abbiamo la necessità di rilanciare l’azione di governo e di un partito sul territorio in grado di comunicare ciò che il governo sa fare di buono. Abbiamo bisogno di uscire dalla difensiva per avviare, attraverso un approfondito dibattito congressuale, una vera stagione di riforme, così come abbiamo promesso agli elettori. Per fare tutto questo, come subito, a caldo, ha ben detto Giuliano Ferrara, abbiamo bisogno di un leader che torni a parlare dei problemi concreti del Paese, sottraendosi alla trappola della polemica giudiziaria. Ma non è questo il momento di approfondire scenari di questo genere. Ora ci serve tutto l’impegno possibile ed un pizzico di fortuna per provare seriamente ad uscire vincitori dal problematico scenario milanese.