L'ultimo paradosso
Ursula von der Leyen rilancia gli aiuti energetici, ma per gli africani: pale eoliche finanziate dall’Ue
Il 9 ottobre Commissione e Stati membri hanno annunciato 169 milioni di euro di investimenti per rafforzare i sistemi sanitari africani. Il 26 settembre la presidente aveva presentato un pacchetto da quasi 710 milioni per l’Africa subsahariana e altre emergenze internazionali, comprendente 380 milioni aggiuntivi per protezione dei migranti, rimpatri volontari e gestione degli sfollamenti in Africa.
Dall’Ue 300 miliardi di euro per l’Africa entro il 2035
Sempre il 9 ottobre, l’Ecofin ha riaffermato l’obiettivo internazionale di mobilitare 300 miliardi di euro entro il 2035 per il clima nei Paesi in via di sviluppo. Attenzione: non è uno stanziamento Ue di quell’importo, né un assegno riservato all’Africa.
Sanità, emergenze e investimenti energetici hanno finalità diverse. Li accomuna però una domanda politica: quali risultati ottiene l’Europa dalle risorse che impegna? La cooperazione può essere nel nostro interesse. Deve anche rendere conto di quanto costa, chi rischia e chi incassa.
A Capo Verde girano le pale. Bruxelles faccia girare anche i conti
Qualche esempio non troppo distante? Sul fronte energetico, nell’ottobre 2025 von der Leyen aveva annunciato 618 milioni di euro di Team Europe per le rinnovabili africane. A dicembre, la Banca europea per gli investimenti ha comunicato un prestito da circa 39 milioni, sostenuto da garanzie Ue, per ampliare il progetto eolico Cabeólica a Capo Verde, cofinanziato dalla Banca africana di sviluppo.
L’intervento aggiunge 13,5 megawatt a Santiago e 26 megawattora di accumulo su quattro isole. Secondo la BEI, il progetto ampliato dovrebbe coprire il 30 per cento dell’elettricità nazionale, riducendo la dipendenza dai combustibili importati.
Sì, è vero, si tratta di un prestito da restituire: chiamarlo regalo sarebbe scorretto. Le garanzie europee richiedono comunque chiarezza sul rischio coperto e sui risultati. Una ricaduta industriale europea esiste: la BEI cita le turbine di Vestas e il contributo di WinPower per l’accumulo. Sarebbe però utile quantificarla in commesse, occupazione e ritorni economici.
La lezione tunisina: l’Europa sostiene, la Cina vende
Ma il ritorno industriale non è automatico. Lo mostra la vicenda raccontata a suo tempo dal Secolo d’Italia: la società ferroviaria tunisina SNCFT ha firmato il 30 giugno 2026 un contratto da 38,2 milioni di euro con CRRC Nanjing Puzhen per cinque treni elettrici destinati alla linea Moknine-Mahdia. Il progetto è sostenuto dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo; i primi convogli sono attesi entro due anni dalla firma.
Il nodo è politico: un’infrastruttura sostenuta da una banca multilaterale, nella quale i Paesi europei hanno un ruolo centrale, genera una commessa per un gruppo statale cinese. Una gara internazionale può legittimamente essere vinta da un’impresa cinese, ma i treni in Tunisia finanzati dall’Europa con la commessa vinta dalla Cina hanno il sapore della beffa.
Aiutare l’Africa può essere lungimirante, ma deve essere chiaro il ritorno per l’Europa, soprattutto in una fase internazionale così critica. Per alleggerire le bollette degli europei, in particolare degli italiani, gli annunci di Ursula non bastano più.