L'eterna battaglia
Provaci ancora, Donald: il Nobel per la Pace va alla giurista pro-Pal Pillay. E la sinistra italiana attacca Meloni
Ad Oslo non si lasciano convincere: il premio va alla giurista sudafricana, che non resiste alla tentazione di punzecchiare il tycoon. E i 5 Stelle, neanche a dirlo, trovano il modo di dare la colpa a Meloni: sia mai perdere un’occasione per prendersela con il governo
Esteri - di Alice Carrazza - 9 Ottobre 2026 alle 14:58
Il Nobel per la Pace 2026 ha preso la strada del Sudafrica, lasciando ancora una volta Donald Trump a mani vuote. Il Comitato norvegese ha assegnato il prestigioso riconoscimento alla giurista Navanethem “Navi” Pillay, 85 anni, ex Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, premiata per il suo impegno a favore della pace e del diritto internazionale. Una scelta che deve aver deluso il presidente americano, che appena due giorni prima aveva ricordato al mondo, con la consueta modestia, di aver risolto ben otto guerre.
Otto guerre, zero Nobel
«Ho fatto cose che nessun altro aveva mai fatto prima. Non mi sto vantando, vi sto semplicemente raccontando i fatti», aveva dichiarato mercoledì nello Studio Ovale. Poi, per evitare equivoci: «Probabilmente nessun presidente è mai riuscito a porre fine a una guerra. Io ne ho risolte otto».
Evidentemente a Oslo hanno un altro sistema di valutazione. Il tycoon, del resto, qualche sospetto lo aveva già manifestato: «Hanno la reputazione di non assegnarlo a persone come me». Negargli il riconoscimento, aveva aggiunto, sarebbe stato «un grave discredito» per il Comitato.
Non tutto, naturalmente, si esaurisce nelle rivendicazioni presidenziali. Washington ha effettivamente contribuito a importanti iniziative diplomatiche, dai negoziati tra Armenia e Azerbaigian alle tensioni tra India e Pakistan. Ma, c’è un ma, il ruolo americano viene contestato da alcune parti coinvolte e in altre aree, dal Congo al confine tra Cambogia e Thailandia, le ostilità sono riprese. Senza contare l’Ucraina, ancora in guerra, e il conflitto con l’Iran, arrivato all’ottavo mese.
Obama, quella vecchia questione mai digerita
Nel ragionamento di Trump non poteva risparmiare l’ex presidente democratico Barack Obama, premiato nel 2009 dopo meno di nove mesi alla Casa Bianca. «Obama lo ha ricevuto senza aver fatto nulla. Ancora oggi non sa per quale motivo glielo abbiano dato», ha commentato.
All’epoca il Comitato aveva motivato la decisione con gli sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli. Un riconoscimento che suscitò parecchie perplessità, non soltanto tra i repubblicani. E che The Donald, diciassette anni dopo, dimostra di non aver dimenticato.
A dire il vero, una medaglia Nobel il presidente americano l’ha già avuta tra le mani. Gliel’ha consegnata lo scorso gennaio María Corina Machado, vincitrice del 2025, durante un incontro alla Casa Bianca. «Mi sono sentito molto onorato di riceverlo, seppure indirettamente», ha ricordato. Un gesto simbolico certo, tuttavia, con un piccolo dettaglio regolamentare: il Nobel non è trasferibile. E la nuova vincitrice non ha perso occasione per infilare il dito nella piaga, naturalmente in nome della pace: «Se applaudite un po’ più forte, forse dividerò il premio con Trump», ha scherzato la vincitrice 2026.
E dall’Italia c’è chi non vedeva l’ora di unirsi agli applausi. Sono i parlamentari del Movimento 5 stelle delle commissioni Esteri di Camera e Senato, che colgono l’occasione per chiamare, random, in causa il governo: «Ci spiace per Meloni che voleva dare il Nobel per la pace a Trump. E anche per Tajani convinto che il diritto internazionale valga fino a un certo punto». Per i pentastellati, il premio rappresenta «un riconoscimento importantissimo» del ruolo delle Nazioni Unite e della giustizia internazionale. E nel comunicato trovano spazio anche Benjamin Netanyahu, Gaza e una citazione di Orwell sui «fautori delle guerre». Insomma, chi più ne ha più ne metta. Purché tutto finisca nel solito calderone sinistro.
La scelta di Oslo e quel paradosso diplomatico
La scelta di Pillay, in ogni caso, non è priva di significato. Ex giudice della Corte penale internazionale, la sudafricana ha presieduto la commissione delle Nazioni Unite che ha accusato Israele di genocidio a Gaza, conclusioni fermamente respinte dallo Stato ebraico. Un riconoscimento che arriva proprio mentre Washington è ai ferri corti proprio con la stessa Corte, finita anche nel mirino delle sanzioni americane. Casualità?
E il presidente del Comitato norvegese, Jørgen Watne Frydnes, non ha certo usato mezzi termini: «Il sistema del diritto internazionale è sottoposto a una pressione enorme e le sue istituzioni sono sotto attacco». Poi l’affondo contro la crescente tendenza a privilegiare «la politica di potenza a scapito dei quadri giuridici e del rispetto globale per la legge e la giustizia». Trump non è stato nominato, ma è difficile pensare che alla White House il messaggio sia passato inosservato.