Cos'è l'optogenetica
Il Nobel per la Medicina spiegato a un bambino: dalla mela di Newton all’alga che accende il cervello
Scienza - di Valter Delle Donne - 5 Ottobre 2026 alle 12:52
Stamattina è stato annunciato il Nobel per la Medicina 2026 e so già che, appena mio figlio di 10 anni tornerà da scuola, mi chiederà: «Papà, ma cos’è l’optogenetica?». Il problema è che la mia esperienza in medicina si limita ad aver guardato distrattamente qualche puntata del dottor House.
Anche i giornalisti tuttologi hanno i loro limiti. Così mi sono fatto aiutare da Claude, l’intelligenza artificiale di Anthropic, che mi ha dato le parole giuste per spiegarla in modo semplice.
Se anche voi avete a che fare con bambini curiosi, sempre pronti a farvi domande sull’attualità, potete leggere loro questo articolo: vi aiuterà a rispondere senza farvi trovare impreparati.
Un telecomando per i neuroni
Partiamo da un oggetto che abbiamo tutti in casa: un telecomando. Immaginate di poterne usare uno per accendere e spegnere piccole lampadine nascoste dentro il cervello. Quelle lampadine rappresentano i neuroni, le cellule nervose.
Sembra fantascienza, ma è un modo semplice per raccontare ciò che hanno reso possibile i tre scienziati che oggi hanno vinto il Nobel per la Fisiologia o la Medicina 2026: l’americano Karl Deisseroth e i tedeschi Peter Hegemann e Georg Nagel.
L’Assemblea Nobel del Karolinska Institutet di Stoccolma li ha premiati «per le loro scoperte relative ai canali ionici attivati dalla luce e all’optogenetica». Non scappate: proviamo a capire queste parole, nella versione più elementare possibile.
Le porticine che fanno passare i messaggi
Il nostro corpo è fatto di miliardi di cellule piccolissime, e ognuna è avvolta da una pellicola chiamata membrana, un po’ come la buccia di un’arancia.
In questa buccia ci sono minuscole porticine, i canali ionici: quando si aprono, lasciano entrare o uscire particelle con una piccola carica elettrica. Questi movimenti permettono ai neuroni di generare i segnali con cui comunicano, come in un passaparola velocissimo.
Ogni cosa che fai, dal muovere un dito al ricordare il compleanno della nonna, coinvolge questi segnali.
Tutto è cominciato da un’alga
Il colpo di scena arriva da una minuscola alga verde che vive nell’acqua. Hegemann e Nagel la studiavano per capire come riuscisse a riconoscere la luce e a nuotare verso di essa.
Quest’alga ha una specie di «occhio» semplicissimo: non vede come noi, ma riesce a percepire la luce. I due scienziati scoprirono che nella sua membrana ci sono porticine speciali che si aprono quando vengono illuminate, come porte automatiche.
Una scoperta nata dalla curiosità verso un organismo che non si vede nemmeno a occhio nudo.
Poi è entrato in scena Karl Deisseroth, con un’intuizione audace: e se quelle porticine sensibili alla luce fossero messe nei neuroni?
Grazie a tecniche di genetica, in laboratorio si possono fornire alle cellule nervose le istruzioni per costruire questi canali dell’alga. A quel punto, un impulso di luce può attivare i neuroni, proprio come un interruttore. Con altri strumenti sensibili alla luce si può anche ridurne l’attività: ecco perché si parla di «accenderli» e «spegnerli».
La tecnica si chiama optogenetica: «opto» richiama la luce, «genetica» i geni, le istruzioni che dicono alle cellule come essere fatte e come funzionare.
A che cosa serve l’optogenetica?
La domanda successiva mi sembra già di sentirla: «In concreto, a che cosa serve?».
Immagina di ascoltare un’orchestra e di voler capire che cosa suona ogni strumento. Se tutti suonano insieme, distinguere il contributo di ciascuno è difficile. L’optogenetica permette agli scienziati di far «suonare» o «tacere» gruppi precisi di neuroni e osservare che cosa cambia.
La usano soprattutto negli animali da laboratorio, per capire come funzionano la memoria, le emozioni, il sonno e il movimento, e che cosa si inceppa in malattie come il Parkinson.
L’obiettivo è anche trovare cure migliori per le malattie del cervello e degli occhi. Per alcune forme di perdita della vista sono già state avviate sperimentazioni, ma la strada è ancora lunga prima che questi approcci diventino terapie disponibili per tutti.
I tre vincitori si divideranno 12 milioni di corone svedesi, circa un milione di euro. Il valore della scoperta, però, sta soprattutto nelle possibilità che apre per la ricerca.
Dalla mela di Newton all’alga: il valore della curiosità
Nel celebre aneddoto della mela di Newton, un frutto che cade diventa lo spunto per interrogarsi sulla gravità. Stavolta, invece, tutto è cominciato dall’osservazione di un’alga.
Perché le grandi scoperte possono nascere da domande che sembrano strane, come: «Come fa un’alga a trovare la luce?». Per arrivare alle risposte servono poi esperimenti, anni di lavoro e persone capaci di collegare scoperte diverse.
Ed è proprio questo il bello della scienza, ma anche del giornalismo: ha bisogno di persone curiose che, come i bambini, non smettono mai di fare domande e cercare risposte.