Un Paese in fiamme
Francia, de Benoist: “Dietro gli studenti, i professionisti della rivolta. Il governo è arrivato tardi”
Dalle scuole alle periferie, il filosofo francese racconta come il malcontento sia stato intercettato da gruppi esperti della guerriglia urbana: "La maggioranza dei francesi si sente ignorata e umiliata da una politica distaccata dal popolo"
Esteri - di Alice Carrazza - 7 Ottobre 2026 alle 10:33
«Rivoltosi “professionisti”». È così che Alain de Benoist definisce quelli che hanno finito per prendere in mano la protesta nata nei licei francesi e ormai dilagata in tutto il Paese, trasformando il malcontento dei ragazzi in un terreno di scontro sempre più duro con le forze dell’ordine. Il filosofo e fondatore della Nouvelle droite, intervistato da Libero, distingue infatti nettamente le ragioni originarie della mobilitazione dalla deriva delle ultime settimane: «Conoscono perfettamente le regole della guerriglia urbana». E mentre incendi, devastazioni e feriti restituiscono la misura dell’escalation, la sua analisi punta soprattutto su un elemento: l’ingresso nella rivolta di gruppi esterni alle scuole, capaci di saldarsi alla rabbia delle periferie.
Francia: il bilancio fa paura
I numeri aiutano a capire di quale fenomeno si stia parlando. Dall’inizio della mobilitazione risultano 215 studenti feriti, 85 membri del personale scolastico – tra cui 34 presidi e vice – e 715 tra poliziotti e gendarmi. Ventiquattro edifici sono stati «saccheggiati e incendiati» e circa 30mila ragazzi sono rimasti senza lezioni, secondo i dati comunicati dal governo francese. Martedì 6 ottobre quasi 900 licei risultavano perturbati o chiusi, mentre il ministero dell’Interno ha contato 256mila manifestanti in tutta la Francia.
E il bilancio continua ad aggiornarsi. «Come al solito ha reagito troppo tardi, immaginando che bastasse aspettare che si esaurisse da solo un movimento che considerava un fuoco di paglia», ha detto De Benoist. «In seguito, quando ha iniziato a reagire, lo ha fatto ricorrendo esclusivamente alla repressione poliziesca, il che è stato un errore, poiché ciò non ha fatto altro che aggravare la violenza dei manifestanti». Su Le Figaro oggi il numero delle inchieste aperte dall’Igpn, la cosiddetta “polizia delle polizie”, è infatti salito a 18, mentre il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha chiesto la sospensione provvisoria dell’utilizzo delle granate assordanti. Il dossier sul mantenimento dell’ordine si è fatto incandescente dopo i gravi ferimenti di alcuni adolescenti.
“Rabbia, angoscia e disperazione”
Per de Benoist, tuttavia, fermarsi alle immagini degli incendi significherebbe leggere soltanto metà della storia. «La maggioranza dei francesi non ne può più di sentirsi ignorata, umiliata e “invisibilizzata” da una classe politica, di destra o di sinistra, ormai distaccata dal popolo». Rabbia, angoscia e disperazione sarebbero ormai il carburante di un Paese che ha conosciuto gli scioperi contro il piano Juppé, le banlieue del 2005 e la lunga stagione dei gilet gialli.
Questa volta individua però una differenza decisiva: la protesta «non è partita da Parigi, ma dalla periferia». Soprattutto, agli studenti si sarebbero rapidamente aggiunti componenti estranee all’ambiente scolastico, capaci di trasformare blocchi e barricate in terreno di guerriglia urbana.
Una lettura che trova un punto di contatto con quella dello stesso governo francese, che ormai distingue apertamente le rivendicazioni degli studenti dalle «violenze inqualificabili», come l’ha definite il ministro dell’Istruzione Édouard Geffray.
Mélenchon e la tentazione di cavalcare la piazza
De Benoist guarda quindi alla politica e punta il dito contro La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, i cui esponenti hanno partecipato alle mobilitazioni. Una scelta che può rafforzare il partito tra i più giovani, osserva, salvo trasformarsi in un boomerang se la situazione dovesse precipitare: «Se le violenze dovessero intensificarsi ulteriormente, le autorità lo accuseranno di complicità».
Tuttavia, ha osservato: «Oggi, la scuola secondaria pubblica conta meno insegnanti rispetto al 2008, mentre accoglie 250mila studenti in più. Il governo parla oggi di avviare un “dialogo”, ma dopo tre settimane 400 o 500 licei non sono ancora in grado di aprire i battenti. Va benissimo condannare la violenza, ma l’esperienza dimostra che in Francia bisogna ricorrere alla violenza per farsi ascoltare».
«Professionisti» della rivolta
Ed è qui che sta il cuore della sua analisi. Il disagio può essere autentico senza che lo siano necessariamente tutti quelli che finiscono per cavalcarlo. È ciò che de Benoist sostiene sia accaduto nelle periferie francesi, dove una protesta nata da rivendicazioni scolastiche avrebbe incontrato gruppi assai più avvezzi allo scontro.
Il risultato è sotto gli occhi del governo. Quando nell’intervista gli viene ricordato che in Italia l’eurodeputata di Avs Ilaria Salis ha auspicato un’ondata analoga, de Benoist liquida la faccenda con una stilettata: «Se si limita a “sperare”, non dovrebbe andare molto lontano».
La Francia, intanto, non ha bisogno di sperare nel caos. Il problema è semmai capire chi, dentro quel caos, abbia ormai imparato a muoversi meglio degli altri.