Due esempi per capire
ETS, la sussidiarietà non è meno Europa: è un’Europa che funziona meglio
Il principio europeo che tutela le differenze nazionali
Obiettivi comuni non significano strumenti identici. La proposta di revisione dell’ETS mostra perché l’Europa deve intervenire dove serve davvero e lasciare spazio agli Stati quando possono raggiungere meglio lo stesso risultato.
La Commissione europea ha proposto una revisione dell’ETS che pone una questione più ampia del mercato delle emissioni: fino a che punto Bruxelles deve decidere non soltanto gli obiettivi comuni, ma anche il modo in cui ogni Paese deve raggiungerli?
Giorgia Meloni lo ha sintetizzato nelle comunicazioni al Senato del 14 ottobre: «Un’Europa che concentra la sua forza sulle grandi sfide che nessuna nazione può affrontare da sola, e sa farsi da parte dove le nazioni fanno meglio da sole. Un’Europa grande sulle grandi questioni, e discreta su tutto il resto».
È il principio di sussidiarietà. Non significa meno Europa e non significa lasciare che ogni Paese faccia quello che vuole. Significa chiedersi, ogni volta, quale sia il livello più efficace per raggiungere un obiettivo comune.
Due esempi contenuti nella proposta aiutano a capire il problema.
Il primo riguarda gli inceneritori. La Commissione propone di includerli progressivamente nel sistema delle quote di emissione. Ma raccolta, riciclo e smaltimento dei rifiuti sono organizzati in modo molto diverso da Paese a Paese. E i costi aggiuntivi degli impianti possono arrivare ai Comuni e quindi, secondo Assoambiente, anche alla tassa sui rifiuti pagata dalle famiglie.
La stessa proposta riconosce che, a determinate condizioni, gli Stati possono utilizzare misure nazionali equivalenti fino al 2035. Se oggi si ammette che lo stesso obiettivo può essere raggiunto anche con strumenti nazionali, va spiegato perché dopo quella data questa possibilità debba scomparire.
Il secondo esempio riguarda i soldi ricavati dalle aste ETS. La questione non è se debbano servire alla politica climatica. Il punto è chi decide come spenderli. La proposta prevede che almeno il 50 per cento sia destinato a specifiche priorità stabilite a livello europeo.
Ma le condizioni industriali, energetiche e infrastrutturali dei Paesi non sono uguali. La finalità può essere comune, mentre la scelta concreta di come utilizzare le risorse può richiedere margini nazionali più ampi.
È questo il punto politico della sussidiarietà: l’Europa deve essere forte quando l’azione comune è indispensabile, non onnipresente quando gli Stati possono raggiungere adeguatamente lo stesso risultato tenendo conto delle proprie caratteristiche.
La forza dell’Europa non si misura da quante decisioni prende al posto degli Stati, ma da quanto bene sceglie quali decisioni devono davvero essere comuni.