Non si tratta di inclusione
Corso di lingua araba ai poliziotti, il prefetto di Livorno frena i sindacati: “L’integrazione passa per l’apprendimento dell’italiano”
L'iniziativa proposta dal Comune, dal security manager e dalla comunità musulmana assieme ai sindacati, mirava a portare i poliziotti verso un percorso che ha suscitato polemiche politiche e lo stop del prefetto
Politica - di Gabriele Caramelli - 23 Ottobre 2026 alle 19:58
A Livorno c’è chi ha proposto un corso di lingua araba ai poliziotti, con lo scopo dichiarato di facilitare la comunicazione nel corso degli interventi quotidiani. Ad avanzare l’idea sono state le sigle sindacali Unarma, Usif, Silp Cgil, Silf e Uil Fp delle forze dell’ordine, in collaborazione con il Consiglio di zona 1, la comunità musulmana livornese e il security manager del Comune.
L’obiettivo dovrebbe essere quello di agevolare le comunicazioni con i migranti che non parlano la lingua italiana. Per la serie: se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna. Eppure sarebbe bastato promuovere qualche progetto di lingua italiana per gli stranieri, chissà se l’amministrazione comunale di sinistra, guidata dal sindaco Luca Salvetti, ci ha pensato. Comunque sia, l’iniziativa ha suscitato polemiche dal punto di vista politico, tanto che alla fine è intervenuto anche il prefetto di Livorno, Giancarlo Dionisi, esprimendo una «netta disapprovazione» e sottolineando che il progetto non ha ricevuto alcuna autorizzazione istituzionale.
Insegnare la lingua araba ai poliziotti: lo stop del prefetto di Livorno
Come ha scritto Dionisi in una nota, il piano per insegnare l’arabo ai poliziotti «non ha ricevuto alcun avallo dal ministero dell’Interno né dalla Prefettura, che non era stata preventivamente informata», ricordando che «il coinvolgimento di qualche organizzazione sindacale delle forze di polizia non può essere presentato come un’adesione istituzionale delle amministrazioni di appartenenza: questa adesione non esiste». Inoltre, il prefetto ha illustrato anche la posizione del Comune, evidenziando che la presenza di un security manager «non attribuisce all’iniziativa alcuna legittimazione da parte delle autorità statali di pubblica sicurezza». «Né il security manager né l’amministrazione comunale – ha aggiunto – possono sostituirsi agli organismi competenti nella formazione del personale delle forze dell’ordine».
«Il rispetto delle competenze deve precedere gli annunci pubblici», ha ribadito Giancarlo Dionisi, sottolineando che la conoscenza delle lingue straniere possa sicuramente risultare uno strumento utile per gli operatori di polizia, ma dev’essere acquisita con percorsi formativi determinati nelle sedi istituzionali competenti. In conclusione, il prefetto ha ricordato il tema dell’inclusione: «Il massimo rispetto per le culture straniere si accompagna alla convinzione che l’integrazione in Italia passi attraverso la conoscenza della lingua italiana e il rispetto delle leggi del nostro Paese». In conclusione, certe iniziative «estemporanee e fuorvianti» rischiano di portare ad equivoci sui ruoli e sui compiti istituzionali.
La Lega: «Verificare se il percorso formativo rispetta i requisiti di qualità»
Sulla questione è intervenuto anche il senatore leghista Manfredi Potenti, spiegando che di aver consegnato «un’interrogazione al ministero dell’Interno, chiedendo se il dicastero fosse a conoscenza del progetto, quali accordi fossero stati raggiunti tra i soggetti coinvolti e chi sarebbero stati i docenti incaricati della formazione, con quali qualifiche». Inoltre, il parlamentare ha richiesto «di verificare se il percorso formativo rispetti i requisiti di qualità e opportunità previsti per la formazione privata del personale di polizia e se l’iniziativa sia stata valutata e approvata dagli organi competenti».