Verso il ballottaggio
Brasile, con Lula vacilla l’ultima icona del socialismo sudamericano. Per la sinistra è crisi senza confini
Nei Paesi latinoamericani è in atto da alcuni anni un cambiamento profondo: i governi di centrodestra sono diventati la stragrande maggioranza in una mappa politica che prima era dominata dal rosso
Era di fatto l’ultimo baluardo del socialismo sudamericano. Ma ora che in Brasile Luiz Inacio Lula da Silva deve vedersela al ballottaggio, in svantaggio, contro Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente che non fu riconfermato e che è stato investito da numerosi guai giudiziari, anche questo Paese icona vacilla. E mostra una crisi politica che non riguarda la singola nazione, ma tutta l’area che per decenni ha rappresentato una piantina ampiamente segnata di rosso. Si tratta, in sintesi, di una crisi di sistema della sinistra latinoamericana, in qualche modo speculare a quella della sinistra europea. Un parallelismo che nell’immaginario italiano è fissato anche in una foto: l’abbraccio tra Elly Schlein e Lula al summit progressista di Barcellona dello scorso aprile.
La nuova mappa politica dell’America Latina
Attualmente sono guidati da governi di destra o centrodestra l’Argentina di Javier Milei, la Bolivia di Rodrigo Paz, il Cile di José Antonio Kast, la Colombia di Abelardo de la Espriella, l’Ecuador di Daniel Noboa, il Paraguay di Santiago Peña, il Perù di Keiko Fujimori, El Salvador di Nayib Bukele. Il cambiamento si è verificato in gran parte a partire dal 2024, con una sorta di ondata montata prima e diventata tsunami dopo l’elezione di Milei alla fine del 2023.
La crisi del socialismo e la risposta dei leader di destra e centrodestra
Si tratta di una nuova geografia politica che si è certamente fondata sul fallimento del socialismo, incapace di rispondere nei suoi lunghi anni di permanenza al potere a gravi crisi economiche, come nel caso dell’Argentina, o a piaghe come lo strapotere dei narcos e delle gang, come nel caso della Colombia o di El Salvador. Molto del successo dei governi di destra o centrodestra è stato basato sull’affermazione di una volontà politica di intervenire senza compromessi, e sulle politiche che ne sono seguite negli anni di governo: dalle scelte radicali di Milei, per somministrare a un’economia moribonda una cura choc che le consentisse di risollevarsi, alla fortissima compressione delle tutele imposta da Bukele per sgominare le gang.
L’influenza di Trump
Emerge con forza, però, anche un altro elemento che ha contribuito e continua a contribuire al cambiamento in America Latina: l’influenza di Trump. La grandissima parte dei nuovi leader ha con il presidente Usa rapporti di vicinanza e stretta collaborazione proprio su quei dossier interni che sono più caldi e che incrociano alcuni temi cari al trumpismo. Si tratta, certo, di un gioco di influenze in cui gli Usa vogliono estendere la propria leadership panamericana, puntando laddove può attecchire e perfino intervenendo a gamba tesissima come accaduto in Venezuela, dove permane formalmente un governo di sinistra che però è stato di fatto “normalizzato” da Washington. Ma si tratta anche di una soluzione win-win per quei Paesi al di là del Golfo del Messico che cercano di riprendere in mano il proprio destino e che in questo sforzo possono giovarsi dell’appoggio dell’influente alleato a Nord.
Il paradosso latino del trumpismo
Spostando lo sguardo su Washington, si tratta di un paradosso interessante: Trump o, se si preferisce, una certa emanazione del trumpismo macina consensi nei Paesi latinoamericani mentre ne perde nelle comunità di riferimento che vivono negli States. Secondo un nuovo sondaggio Nbc News/Telemundo, gli elettori americani di origine ispanica, che sono stati determinanti per il ritorno di Trump alla Casa Bianca nel 2024, sarebbero pronti a voltargli le spalle alle elezioni di midterm del 3 novembre: il tasso di approvazione per il presidente tra gli ispanici è sceso al 27% e tra gli elettori latini i Democratici hanno un vantaggio di 24 punti nella sfida per il controllo del Congresso, con il 59% contro il 35% del Gop.
Tra meno di un mese il voto di midterm dirà qualcosa in più del trumpismo americano; per quello d’esportazione servirà più tempo. Intanto però non si può non registrare l’effetto acceleratore del cambiamento.