Un libro sul delitto
Via Poma, la sorella di Simonetta Cesaroni squarcia il muro di bugie: “C’era qualcuno nascosto nella casa”
“Nella casa di via Poma c’era qualcuno nascosto”. Paola Cesaroni, sorella di Simonetta, in un’intervista a Repubblica alla vigilia dell’uscita del libro “In nome della verità”, scritto con Igor Patruno, lancia la sua ipotesi sul delitto di via Poma, su cui, ancora oggi, non c’è una sentenza e un colpevole. A 36 anni dall’omicidio Paola ricostruisce le prime fasi e lo sviluppo delle indagini. “C’erano tre strisce di sangue dietro la porta, poi sono sparite: o è stato il killer o uno che era già lì per ripulire”, racconta. Secondo Paola, nell’ufficio degli Ostelli poteva esserci qualcuno nascosto mentre lei scopriva il corpo. “È un pensiero che ancora mi dà i brividi. L’ufficio era grande. Poteva nascondersi e, quando siamo scesi, finire di cancellare le tracce”. C’è lo sconosciuto comparso quella sera. “Giovane, occhiali, capelli scuri. Pensai fosse un assistente sociale. Disse: ‘Il peggio deve ancora venire’. In Questura mi dissero che non era uno di loro. Non abbiamo mai scoperto chi fosse”.
Simonetta Cesaroni, la ricerca della verità 36 anni dopo
Ma chi era Simonetta? “A tavola a volte le bastava una sciocchezza per ridere così forte che doveva alzarsi e andare in camera. E io dietro a ridere con lei… Avevamo sei anni di differenza e mi prendeva come esempio. Poi crescendo aveva naturalmente i suoi amici, la sua comitiva.. Simonetta veniva con me e i miei amici. Si ballava, si rideva”. Nell’estate del 1990, però, Simonetta soffriva per Busco. “Era innamorata. Lui aveva deciso di andare in vacanza senza di lei e questo la faceva soffrire. Io cercavo di scuoterla: sei giovane, bella, non sarà l’unico sulla terra“. Quando capisce che qualcosa non va? “Quando non torna e non telefona. Simonetta chiamava anche per un piccolo ritardo. Quella sera niente”. Dopo una lunga ricerca arrivate a via Poma. Giuseppa De Luca, moglie del portiere, dice di non avere le chiavi. “Lo ripeté più volte. Io insistetti: saliamo comunque, magari Simonetta si è sentita male». Dovetti insistere ancora. Aprì e disse: “Vede, ci sono quattro mandate. Era chiusa”. Dopo mi sono chiesta tante volte: perché ci fece perdere tutto quel tempo?”. Il titolare della società do ostelli, Volponi, entra. “Lo vedo arrivare in fondo al corridoio e tornare con le mani nei capelli. Corro. Nella penombra vedo una sagoma a terra, i capelli”. Antonello, il suo compagno, entra e vede tre strisce di sangue dietro la porta. Poi spariscono. “Nelle fotografie della Scientifica quelle tracce non ci sono. Per me c’è una sola spiegazione: quando entrammo in quell’ufficio c’era già qualcuno. L’assassino o qualcuno che doveva ripulire”. È un pensiero che ancora mi dà i brividi. L’ufficio era grande. Poteva nascondersi e, quando siamo scesi, finire di cancellare le tracce”.
Cosa si aspetta adesso dall’indagine della procura? “Vedo l’impegno del procuratore Lo Voi e del pm Lia. Restano 70 persone di cui abbiamo chiesto il Dna, da confrontare con quanto ritrovato oggi. Dopo 36 anni, sono ancora fiduciosa”.