L'ultima chance
Segre: “Il ddl Antisemitismo va approvato all’unanimità”. Ma nel Pd la frattura si allarga, i dem sconfessano loro stessi
Possibile modifica per chiarire che criticare Israele non significa automaticamente antisemitismo. «Rivolgo un nuovo, accorato appello a tutti i partiti»
Liliana Segre tende una mano per evitare lo strappo sul ddl Antisemitismo. Ma, nel farlo, finisce anche per illuminare il paradosso che sta agitando il Partito democratico. La senatrice a vita chiede che il provvedimento venga approvato all’unanimità e, pur di raggiungere l’obiettivo, apre a una modifica del testo che specifichi ciò che considera già evidente: criticare lo Stato di Israele, come qualsiasi altro Paese, non significa essere automaticamente antisemiti. «Resto incredula di fronte alle divisioni che si stanno manifestando».
«Rivolgo un nuovo, accorato appello a tutti i partiti», afferma Segre, chiedendo «un ulteriore sforzo di generosità e di responsabilità» per mettere da parte le contrapposizioni. Una lacerazione su un tema del genere, avverte, «danneggerebbe l’immagine dell’Italia» e rischierebbe di contribuire a un clima di intolleranza e diffusione dell’odio.
Segre apre alla modifica. Ma il nodo del Pd viene da lontano
La senatrice considera «inessenziale» la possibile aggiunta, ma si dice disponibile a inserirla per chiarire senza margini di ambiguità la libertà di critica alle politiche del primo ministro Benjamin Netanyahu.
Ed è qui che torna il cortocircuito politico già emerso dentro il Pd. Perché proprio la definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance è diventata uno dei motivi principali della contrarietà dem al testo. Eppure non si tratta affatto di un principio che il centrosinistra abbia incontrato per la prima volta con l’attuale maggioranza.
Nel maggio del 2017 la segretaria Elly Schlein, allora europarlamentare, figurava tra i firmatari della proposta di risoluzione presentata dal gruppo dei socialisti(S&D) sulla lotta all’antisemitismo. Il testo, poi approvato dal Parlamento europeo il primo giugno, domandava espressamente agli Stati membri e alle istituzioni europee di «adottare e applicare» la definizione operativa Ihra.
Tre anni dopo arrivò il secondo passaggio. Il 17 gennaio 2020 il Consiglio dei ministri del governo Conte II, sostenuto anche dai compagni del Nazareno, accolse ufficialmente la definizione e nominò Milena Santerini coordinatrice nazionale per la lotta contro l’antisemitismo. Lo certificano gli stessi documenti della Presidenza del Consiglio.
Insomma, il punto che oggi divide il Pd era già stato sostenuto in Europa da Schlein e successivamente fatto proprio da un esecutivo al quale i dem partecipavano.
Da Fiano la stoccata: «Cosa è cambiato?»
È proprio questa contraddizione che Emanuele Fiano continua a mettere davanti al suo partito. L’ex deputato dem, presidente di Sinistra per Israele, domanda quale fatto nuovo giustifichi il cambio di posizione: già nel 2017, ricorda, esistevano l’occupazione della Cisgiordania, le guerre a Gaza e una durissima opposizione ai governi di Bibi.
E adesso il dissenso potrebbe non restare confinato alle parole. Fiano ha annunciato che, se l’8 ottobre il Pd confermerà alla Camera il voto contrario al ddl, lasciare il partito è il suo «orientamento». Nella lettera al Foglio parla di un «confine invalicabile» e avverte: ciò che sta accadendo, a suo giudizio, non significa per il Pd perdere semplicemente Emanuele Fiano, ma rischiare di «perdere sé stesso».
Graziano Delrio e Lia Quartapelle avevano già contestato la linea scelta del partito, accusando i vertici di rincorrere i pentastellati. Ora Segre lancia il monito ed è anche costretta a scendere a compromessi per mettere pace a sinistra.
A sinistra ascolteranno la Segre?
«Ci sono temi sui quali un Paese civile dovrebbe ritrovarsi unito al di là delle logiche di schieramento. Ricordo quando il compianto amico Furio Colombo propose la legge per l’istituzione del Giorno della Memoria. Egli disse subito che per l’Italia, che nel 1938 aveva approvato con voto unanime della Camera fascista le leggi razziali e che con la Rsi aveva cooperato attivamente alla Shoah, era un punto d’onore giungere ad approvare all’unanimità il Giorno della Memoria. E grazie alla sua caparbietà e all’intelligente lavoro di mediazione sul testo riuscì a ottenere alla fine, nel 2000, quel voto unanime del Parlamento», ha raccontato Segre.
In ogni caso, per i dem resta il punto: l’8 ottobre, oltre al ddl, alla Camera rischia così di arrivare il verdetto al posizionamento del Pd.