L'editoriale
Sassonia d’Italia? Tutta una “bolla”. A Reggio vince la solida realtà: la destra di governo
L'Editoriale - di Antonio Rapisarda - 29 Settembre 2026 alle 06:15
La Calabria, dunque, non è la Sassonia d’Italia. Ma soprattutto la destra italiana non è la Cdu tedesca. Tutto ovvio e altamente prevedibile se non fosse che la bolla mediatico-politica è ormai in preda a una vera e propria allucinazione. A chi ci riferiamo? Ai grandi sconfitti delle suppletive di Reggio Calabria: una lezione per Roberto Vannacci in primis ma anche per certi analisti e per le opposizioni alla disperata ricerca di una crepa nel monolite del destra-centro.
Riavvolgiamo il nastro. Una narrazione assai approssimativa aveva fatto di una piccola elezione per il seggio vacante nell’estremo sud reggino una sorta di “prova generale” per l’ex generale che si è messo in proprio. Complice l’exploit di AfD nell’ex Germania dell’Est, la macchina della propaganda anti-governativa sperava di sfruttare la candidatura in extremis dell’ex capogruppo in Regione di Forza Italia, Domenico Giannetta, con Futuro Nazionale per far esplodere i nervi e le certezze alla coalizione di governo.
Gli annunci della vigilia sullo Stretto – rilanciati morbosamente dai media con fare compiacente – erano roboanti: si è parlato di «effetto Sassonia», ossia FnV vittorioso in solitaria al 40%; o per lo meno effetto sgambetto, con i vannacciani ago della bilancia, capaci di far perdere il candidato del centrodestra, Fabio Roscioli, a favore dell’esponente del campo largo, Frank Benedetto. È finita come chiunque avesse contezza del contesto (a differenza degli abitanti della “bolla”) poteva facilmente pronosticare: non c’è stata partita. A stravincere è stato il candidato unitario del centrodestra, appoggiato da FI, Fratelli d’Italia e Lega. Dietro, tanto dietro, distanziato di quindici punti, l’esponente del campo extra-largo. E il vannacciano dell’ultima ora? Colui che avrebbe dovuto terremotare la politica nazionale partendo da Reggio? Si è fermato al 10% nonostante si tratti di un “cacicco” più che navigato e plurieletto nel collegio alle Regionali.
Morale della storia? Nessuno dei fantomatici obiettivi fissati dall’ex generale è stato centrato. Al contrario, dalle urne è emerso un flop che fa scopa con altre prove non proprio entusiasmanti dei suoi candidati alle recenti amministrative. Eppure per settimane un’operazione politicista a tutti gli effetti come quella sorta attorno a Giannetta (il più classico dei cambi di casacca frutto delle gelosie locali dentro l’ex partito: non proprio un atto di ardistismo…) è stata venduta come laboratorio politico del vannaccismo. Capace, secondo i soliti esperti di fuffologia, di dettare addirittura l’agenda al governo. Suggestioni improbabili alimentate da sondaggi non tarati su alcun risultato reale: con i sondaggi che a loro volta si alimentano delle improbabili suggestioni di cui sopra.
A far sgonfiare il soufflé ci ha pensato allora, come sempre, la realtà. Che restituisce nel collegio reggino un centrodestra che supera addirittura le percentuali del 2022, un campo largo che arranca e perde dieci punti e un candidato di Vannacci ininfluente: non ha rosicchiato consensi ai partiti di maggioranza (anzi ha motivato l’elettorato di governo a recarsi alle urne), non ha convinto alcun astenuto arrabbiato. Altro che Sassonia, dunque. Non c’è alcuna sostituzione, non c’è il ribaltamento di alcuna agenda, per un motivo semplice: perché la destra al governo c’è già. E la conferma – nel territorio in cui era stata lanciata la sfida – giunge dall’ennesimo sigillo degli elettori.
Anche la sinistra, oltre ai futuro nazionali, dovrà fare i conti con i risvolti di questa sconfitta. In un collegio dell’estremo sud, all’ultima prova prime delle Politiche, non è mai stata in partita: non è riuscita ad intercettare un solo argomento qualificante. Del resto, eccetto la querelle fratricida sulle primarie, l’unico investimento del campo largo ultimamente è stato fare da amplificatore, aggrappandosi goffamente, alla pseudo-concorrenza a destra: nella vana speranza che faccia esplodere la coalizione di governo. Una fissazione che non fa altro che spostare a destra l’asse della questione: rendendo ancora più evidenti le voragini sociali che Pd e soci hanno lasciato.