Oltre la sentenza Regeni
Sala, Zacki, Forti: quando l’abilità diplomatica del governo vince sulle esibizioni muscolari
La rottura con il Cairo e l’esibizione muscolare non sono la strada per arrivare alla verità sul caso Regeni. Così come per gli altri dossier in merito sui nostri connazionali fermati all’estero il lieto fine è stato possibile grazie al lavoro diplomatico e poco appariscente del governo Meloni. Mentre le opposizioni denunciavano immobilismo e coperture, Palazzo Chigi, Farnesina, Ambasciata e Consolati lavoravano per ottenere il rilascio degli italiani.
Regeni, le proteste delle sinistra e il lavoro diplomatico del governo
Le richieste del campo largo che, strumentalizzando le parole del ministro Antonio Tajani, oggi pretendono lo strappo diplomatico con il Cairo e la consegna dei tre alti ufficiali dei servizi egiziani, condannati per il sequestro del ricercatore italiano ucciso in Egitto nel 2016, rischiano di trasformarsi in un boomerang. Con incidenti diplomatici a cascata che non portano al risultato. Lo ha ribadito ieri la premier Giorgia Meloni al termine di una giornata segnata dalla polemica per la sentenza limitata che condanna i tre 007 per sequestro e non per omicidio. “Siamo assolutamente determinati a cercare la verità. La sentenza non è ancora passata in giudicato e quindi tutto quanto andrà fatto nei modi e nei tempi in cui sarà necessario farlo”. Convinta però che “rompere con Il Cairo non sia la via per la verità”.
Meloni: rompere con Il Cairo non porta alla verità
Anche il ministro degli Esteri, finito nel mirino delle opposizione, ha smentito debolezze o presunte coperture. “Vorrei che si potesse andare avanti e sapere chi sono gli assassini”, ha detto ricordando che “vale più l’azione diplomatica che il clamore. Non abbiamo mai mollato e non copriamo nulla. Abbiamo sempre insistito con le autorità egiziane affinché collaborassero. Con lo stesso impegno e discrezione, da non sbandierare, abbiamo fatto uscire dall’Egitto Patrick Zaki e stiamo lavorando per portare a casa Nessy Guerra e sua figlia”. Fare la faccia feroce con al- Sisi rischierebbe di compromettere l’obiettivo. Chiedere la rottura dei rapporti con l’Egitto, infatti, non implica solo mettere da parte la “ragion di Stato” ma ignorare le conseguenze che questo può comportare per gli italiani che si trovano nel Paese.
La diplomazia ha riportato a casa Sala, Zaki e Forti
Da Cecilia Sala a Patrick Zaki passando per Chico Forti, per elencare i casi più noti ed eclatanti, la postura dell’esecutivo Meloni è sempre stata improntata al realismo e alla diplomazia lontano dai riflettori e dalla politica degli annunci-spot. E i risultati sono puntualmente arrivati. Per la giornalista italiana arrestata in albergo a Teheran il rilascio e l’immediato rientro in Italia, dopo 21 giorni di sequestro, è stato possibile grazie ai negoziati fra il governo italiano, quello iraniano e statunitense. Con tanto di viaggio della premier negli Usa, carta difficilissima eppure condotta a buon fine.
Il viaggio della premier negli Usa per il rilascio della giornalista
Anche la grazia per Patrick Zaki, dopo tre anni e mezzo di incubo, e l’estradizione di Chico Forti, dopo 25 anni di detenzione controversa negli Usa, sono state un innegabile successo diplomatico del governo che si è destreggiato tra complicati nodi giuridici e partite politiche. Sempre lavorando in silenzio, in attesa del momento giusto per imprimere l’accelerazione necessaria. Sala, arrestata in Iran il 19 dicembre 2024 e rilasciata l’8 gennaio, è tornata in Italia dopo un “blitz” risolutivo di Meloni. Risolto nel luglio 2023 anche il caso a poco complicato di Patrick Zaki. L’attivista egiziano con simpatie pro Pal, arrestato il 7 febbraio 2020 dopo l’atterraggio all’aeroporto del Cairo, ha ottenuto la grazia da parte di al-Sisi solo grazie all’intervento diretto della diplomazia italiana, a dispetto della sinistra che per mesi e mesi aveva recriminato su una presunta accondiscendenza del governo italiano verso l’Egitto.
Infine la svolta su, Chico Forti, il primo marzo del 2024, dopo quasi un quarto di secolo di detenzione negli Usa. Quel giorno Meloni, da Washington, annunciava con un videomessaggio la firma dell’autorizzazione al trasferimento in Italia. Il governo di centrodestra è riuscito dove tanti prima avevano fallito, basti pensare a quando Luigi Di Maio con rulli di tamburo diede per cosa fatta l’estradizione che non si concretizzò mai.