Il sondaggio
Ranucci lascia Report ma non il piedistallo: l’82% dei lettori del Secolo gli ricorda che la Rai non è casa sua
Dopo giorni di barricate sulla successione, quasi nessuno gli riconosce il diritto di dettare la linea sul futuro del programma: "Nessun giornalista del servizio pubblico è insostituibile"
Alla fine, dopo giorni di comunicati, veti, accuse di «mediocrità», minacce di sciopero e candidati bruciati, Report ha trovato i suoi nuovi volti. Daniele Piervincenzi resta al suo posto, al suo fianco arriva Claudia Di Pasquale, storica inviata della trasmissione. E Sigfrido Ranucci, che aveva contestato duramente le prime scelte della Rai, questa volta benedice la soluzione: «Era una delle mie scelte preferite», ha fatto sapere. Una frase che, involontariamente, riporta esattamente al cuore della domanda posta ai lettori del Secolo d’Italia questa settimana: la successione a Report deve essere una scelta aziendale o deve passare dal placet di chi l’ha condotto fino a ieri?
La risposta di 1.562 partecipanti è difficilmente equivocabile: l’82,2% sceglie “La Rai non è casa sua: nessun giornalista del servizio pubblico è insostituibile”. Solo l’1,3% ritiene invece che esperienza e risultati consentano a Ranucci di criticare apertamente la successione; il 16,5% sposta il bersaglio sul pluralismo, sostenendo che conti meno chi conduce e più come verrà fatto Report.

Prima le barricate, poi l’investitura
Il risultato arriva proprio mentre la vicenda sembra trovare un punto di caduta. Giulia Presutti, indicata inizialmente con Piervincenzi, ha rinunciato dopo la durissima opposizione della redazione. Gli inviati avevano minacciato lo sciopero e chiesto esplicitamente il ritiro dei nuovi conduttori; Ranucci aveva definito «mediocre» la scelta della Rai e accusato Presutti di opportunismo.
Poi la svolta: Claudia Di Pasquale, quindici anni dentro Report, accetta dopo la richiesta della squadra. La redazione festeggia, Valesini e Iovene tornano disponibili come capoautori e Ranucci si dice «felicissimo». Di Pasquale, dal canto suo, ha evitato proclami: «Vedremo se sarò all’altezza», ribadendo che per lei il punto resta l’autonomia del programma.
Il servizio pubblico non ha proprietari
Ed è forse proprio questo contrasto a spiegare il risultato quasi plebiscitario. Nessuno nega il peso che Ranucci abbia avuto nella storia recente di Report, né il diritto di difendere il lavoro costruito negli anni. Ma una cosa è rivendicare un metodo giornalistico, un’altra trasformare la successione in una sorta di investitura personale.
Lo aveva ricordato senza troppi giri di parole anche il direttore dell’Approfondimento Paolo Corsini: i conduttori li sceglie il direttore, «sono pagato per questo».
Il verdetto dei lettori dice dunque qualcosa di più della semplice antipatia o simpatia per Ranucci: nel servizio pubblico nessun programma dovrebbe coincidere con il suo conduttore. Nemmeno quando quel conduttore è convinto di averne incarnato lo spirito meglio di chiunque altro. Ora toccherà a Piervincenzi e Di Pasquale dimostrarlo davanti alle telecamere. Perché, passata la guerra per le poltrone, resta la sola verifica che conta davvero: le inchieste.