Un business da sostenere
Meloni alla Fashion Week, la sinistra critica ma la moda “made in Italy” vale 93 miliardi. E nel 2016 andò anche Renzi
Le opposizioni liquidano Milano come vetrina per influencer, ma dietro le sfilate ci sono centinaia di migliaia di lavoratori, 86,7 miliardi di export e 219 milioni di indotto. E il precedente del rottamatore rende la predica dei compagni decisamente meno comoda
Politica - di Alice Carrazza - 25 Settembre 2026 alle 14:32
Bastano una passerella, qualche flash e Giorgia Meloni a Milano perché dalle opposizioni parta il copione già scritto: la premier preferisce la Fashion Week all’Onu, cerca fotografi e influencer, si concede la serata mondana mentre “il mondo brucia”. Peccato per un dettaglio. Dietro quella passerella ci sono quasi 93 miliardi di fatturato, centinaia di migliaia di lavoratori e 86,7 miliardi di esportazioni. Ma si sa la sinistra radical chic non ama particolarmente i numeri. Tanto più quando sono proprio questi a darle torto.
I numeri della moda italiana
Perché la moda italiana non è un fondale buono per Instagram. È industria, manifattura, artigianato, export, turismo. Ed è soprattutto uno dei marchi con cui l’Italia continua a farsi riconoscere nel mondo. È eccellenza.
I dati della Camera Nazionale della Moda Italiana raccontano infatti una realtà piuttosto diversa dalla caricatura offerta in queste ore dai compagni. Il sistema che comprende tessile, abbigliamento, pelle, pelletteria, calzature, gioielleria, cosmetica e occhialeria ha chiuso il 2025 con 92,87 miliardi di euro di fatturato. Le esportazioni valgono da sole 86,7 miliardi, mentre il saldo commerciale è positivo per circa 40 miliardi.
E dietro le cifre ci sono persone. Circa 554 mila occupati e 59 mila aziende, secondo l’ultima rilevazione Cnmi. Carlo Capasa, presidente della Camera della Moda, allargando lo sguardo all’intera filiera, parla addirittura di circa un milione di lavoratori pari al 5% del Pil italiano. Una strana “passerella”, insomma.
Meloni, se qualcuno ancora non l’avesse capito, ha spiegato di essere arrivata a Milano per dare «un segnale anche di presenza e di vicinanza» a un settore che sta attraversando una fase delicata. E ha ricordato i 100 milioni destinati agli investimenti della filiera. Non proprio il genere di dettaglio che si presta alla fotografia di un primo ministro a caccia di selfie.
Milano fa 219 milioni in sette giorni
C’è poi l’indotto della settimana della moda. Per l’edizione dal 22 al 28 settembre, il Centro Studi di Confcommercio Milano stima 219,5 milioni di euro di spesa turistica e quasi 141 mila visitatori. Gli stranieri sono attesi in crescita del 22 per cento. In calendario ci sono 203 appuntamenti, tra 61 sfilate, presentazioni ed eventi.
Trasformare invece la presenza alla Fashion Week in una gita tra stilisti significa fingere di non vedere ciò che quella settimana rappresenta per Milano e per l’economia italiana.
Lo sa bene perfino il sindaco Beppe Sala, che difficilmente può essere arruolato tra gli alfieri di Palazzo Chigi. Il primo cittadino di Milano, accogliendo la premier, ha detto: «Meloni ha sempre dimostrato interesse per la moda ed è un onore averla qui». Non solo. Presentando l’edizione di quest’anno, Sala aveva definito la moda «un volano di investimenti».
Quando in passerella andava Renzi
E poi c’è la memoria. Quella che tra le fila del campo largo, spesso, dura meno di una collezione primavera-estate. Sono passati dieci anni dall’ultima presenza di un presidente del Consiglio alla settimana della moda di Milano. Quel presidente era Matteo Renzi. Lo stesso Renzi che oggi contesta a Meloni di aver «mandato Tajani», cioè il ministro degli Esteri, a rappresentare l’Italia a un appuntamento, appunto, estero.
Il precedente, però, è piuttosto istruttivo. Nel febbraio 2016 il rottamatore partecipò all’inaugurazione della Fashion Week e, nello stesso anno, fu ospite per un pranzo a Palazzo Reale. Nessuno scandalo: allora la presenza del premier veniva letta per quello che era, cioè il riconoscimento istituzionale riservato a uno dei comparti strategici dell’economia italiana.
Dieci anni dopo, con Meloni al suo posto, lo stesso gesto cambia improvvisamente nome: non più attenzione a un’eccellenza nazionale, ma per buona parte dei progressisti di facciata “passerella”. Curiosa metamorfosi…
Eppure i numeri restano gli stess: miliardi di fatturato, miliardi di esportazioni, centinaia di migliaia di occupati e milioni di indotto in una sola settimana milanese. Alla faccia dei risultati. La moda, per definizione, cambia ogni stagione. Il doppiopesismo di sinistra invece, no, quello non cambia mai.