Il candidato italo-argentino
Il prossimo segretario dell’Onu potrebbe parlare italiano. Chi è Rafael Grossi, in pole position per il dopo Guterres
Il direttore dell’Aiea, argentino con cittadinanza italiana e sostenuto da Roma, resta in corsa per la segreteria generale. Sullo sfondo, la sfida di rilanciare un'organizzazione logorata dall'inazione
Esteri - di Alice Carrazza - 23 Settembre 2026 alle 15:52
Il prossimo segretario generale delle Nazioni Unite non erediterà soltanto l’ufficio di António Guterres. Erediterà soprattutto una domanda: a che cosa serve l’Onu quando scoppiano le guerre? È questo il vero sottotesto della corsa entrata ormai nel vivo a New York. Guterres terminerà il secondo mandato il 31 dicembre e il successore entrerà in carica il 1° gennaio 2027. Dopo tre straw poll del Consiglio di Sicurezza, davanti a tutti c’è la costaricana Rebeca Grynspan, con nove voti favorevoli nell’ultimo scrutinio del 18 settembre, seguita dalla rappresentante della Guyana Carolyn Rodrigues-Birkett, a quota otto. Ma nessuna candidatura ha ancora raccolto un consenso tale da chiudere la partita. Ed è proprio qui che spunta l’Italia.
Grossi e quell’Onu “assente” dalle grandi crisi
Rafael Mariano Grossi, argentino con cittadinanza italiana, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e sostenuto da Roma, è sceso dai sette consensi iniziali ai cinque dell’ultima votazione. Non è un buon segnale, ma neppure una condanna definitiva: il voto resta segreto e soprattutto non è ancora noto quali candidature incontrino l’opposizione decisiva dei cinque membri permanenti.
Grossi, d’altra parte, ha scelto di non presentarsi come il candidato della continuità. Al contrario, è un candidato di rottura. Durante la corsa ha indicato precisamente il nervo scoperto del Palazzo di Vetro: mentre il mondo vive una moltiplicazione dei conflitti, l’Onu resta immobile.
È una critica che pesa soprattutto perché arriva da chi, negli ultimi anni, ha lavorato esattamente dove le crisi sono poi scoppiate. Ucraina, centrali nucleari sotto il fuoco, Iran, proliferazione atomica. Da direttore dell’Aiea Grossi non si è, dunque, limitato alla diplomazia dei cerimoniali e dei comunicati pro-Pal.
Il “colonnello atomico”
Lo dimostra proprio il dossier iraniano. Il 1° settembre il Board dell’Aiea ha deferito nuovamente Teheran al Consiglio di Sicurezza per le violazioni degli obblighi di non proliferazione, dopo anni di contestazioni sulla mancata spiegazione delle tracce di uranio rinvenute in siti non dichiarati e sulle restrizioni imposte agli ispettori. L’Iran respinge queste accuse e considera l’iniziativa politicamente motivata; l’Aiea continua invece a chiedere piena trasparenza e accesso alle strutture interessate.
Una candidatura Grossi avrebbe per cui un evidente significato politico e diplomatico, senza per questo trasformarsi automaticamente in un allineamento con questo o quello schieramento: mettere alla testa dell’Onu l’uomo che ha fatto della verifica, della non proliferazione e dell’accesso degli ispettori il proprio mestiere significherebbe scegliere un profilo abituato a misurarsi con faccende nelle quali i fatti contano più delle dichiarazioni. Insomma, un colonnello al comando.
Dalle follie targate Albanese alla prova dei risultati
E sarebbe già un bel cambio di passo per riportare un po’ di serietà al Palazzo di Vetro. Perché negli ultimi anni una parte dell’Onu ha mostrato una singolare vocazione: moltiplicare le dichiarazioni mentre diminuiva la capacità di incidere. Francesca Albanese ne è diventata il volto più rumoroso.
La relatrice per i Territori palestinesi, celebrata dalla sinistra europea e sanzionata nel 2025 dagli Stati Uniti, ha finito spesso per trasformare il proprio mandato in una tribuna politica permanente. A febbraio è arrivata perfino a chiedere agli Stati di tagliare i rapporti diplomatici, economici e militari con Israele. Non proprio il lessico felpato di chi dovrebbe stemperare le tensioni. E soprattutto non ciò che competeva al suo mandato.
Il dopo Guterres
Forse dopo tutto questo teatro potrebbe finalmente ritirarsi verso altri lidi. E forse è anche questo il bivio del dopo Guterres.
Perché la geografia suggerisce l’America Latina, la storia suggerisce che dopo ottant’anni sarebbe arrivato il momento di una donna, ma la crisi dell’Onu suggerisce soprattutto qualcos’altro: scegliere qualcuno capace di far funzionare “il carrozzone”. E se i cinque membri permanenti dovessero continuare a neutralizzarsi a vicenda, potrebbe ancora emergere un “dark horse”, un candidato di compresso.
Nel 2016 servirono sei votazioni per arrivare a Guterres. La partita, dunque, è tutt’altro che finita. E questa volta il punto non è soltanto chi siederà su quella poltrona. È se le Nazioni Unite riusciranno finalmente a tornare dentro la storia.