Non un passo indietro
Caso Regeni, Meloni: “Determinati ad avere verità e giustizia, anche attraverso il dialogo con il Cairo”
Dopo la condanna a dieci anni di tre 007 egiziani, la premier ribadisce la vicinanza alla famiglia e difende l’uso dei canali politici e diplomatici: "Chiuderli rischierebbe di allontanarci dall’obiettivo"
Verità e giustizia per Giulio Regeni, senza rinunciare però ai canali politici e diplomatici con l’Egitto. Giorgia Meloni traccia così la linea del governo all’indomani della sentenza della Corte d’Assise di Roma, che ha condannato a dieci anni tre esponenti dei servizi di sicurezza egiziani per il sequestro del ricercatore italiano, assolvendo invece il quarto imputato. «Voglio ribadire la mia vicinanza alla famiglia di Giulio, alla loro richiesta che è anche la nostra di verità e giustizia», ha dichiarato la presidente del Consiglio a Praga, durante il punto stampa con il primo ministro ceco. Meloni ha ricordato che «lo Stato italiano è parte civile nel processo» e che il governo resta «assolutamente determinato a cercare la verità sulla vicenda».
Una posizione che tiene insieme il piano giudiziario e quello diplomatico. La sentenza, ha sottolineato la premier, «non è ancora passata in giudicato» e dunque ogni ulteriore passaggio dovrà essere affrontato «nei modi e nei tempi in cui sarà necessario farlo». Ma Roma, ha aggiunto, non intende rinunciare al dialogo con il Cairo: «In questa ricerca di verità e giustizia noi abbiamo sempre utilizzato tutti i canali. Abbiamo utilizzato anche i canali politici e diplomatici con il Cairo, ho un po’ il dubbio che chiudendo quei canali noi ci avviciniamo ai nostri obiettivi piuttosto che allontanarci da quegli obiettivi».
Dopo la sentenza si apre il fronte dell’Appello
Intanto il procedimento potrebbe essere tutt’altro che concluso. Le difese dei tre 007 egiziani condannati hanno fatto sapere di essere pronte a impugnare la decisione. Il passaggio, però, presenta un ostacolo giuridico rilevante: la riforma Cartabia richiede una procura speciale dell’imputato assente per poter presentare l’impugnazione. I legali potrebbero quindi chiedere alla Corte d’Appello di investire nuovamente della questione la Corte costituzionale.
È un terreno già battuto nel processo Regeni. Proprio l’intervento della Consulta aveva consentito di superare uno dei precedenti blocchi provocati dall’impossibilità di notificare gli atti agli imputati in Egitto.
Restano inoltre da leggere le motivazioni della sentenza, attese entro novanta giorni. Soltanto allora la Procura di Roma deciderà se impugnare a sua volta il verdetto. Sullo sfondo c’è anche il nodo della prescrizione del sequestro di persona, mentre alla Presidenza del Consiglio, costituita parte civile, è stata riconosciuta una provvisionale di 150mila euro.
Dieci anni dopo la morte di Regeni, dunque, la sentenza segna un passaggio giudiziario importante, ma non l’ultimo. Ed è proprio in questo spazio tra processo e diplomazia che Meloni colloca la linea italiana: continuare a chiedere verità senza rinunciare agli strumenti attraverso i quali provare a ottenerla.