Violenza cieca a Mestre
Attrice ospite al Festival di Venezia aggredita da un gruppo di bengalesi: il momento dell’agguato (Video)
Azmeri Haque Badhon, arrivata in Italia per la Mostra del Cinema, denuncia di essere stata circondata, colpita e insultata davanti al nipotino da alcuni connazionali per il suo sostegno alle proteste contro Sheikh Hasina. La Digos indaga
Aggredita l’attrice e modella bengalese Azmeri Haque Badhon in questi giorni a Venezia protagonista del film The difficult bride di Rubaiyat Hossain, selezionato nella sezione Orizzonti dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. A picchiarla e insultarla a Mestre alcuni bengalesi che l’hanno accusata di essere una “combattente di luglio” con riferimento ai manifestanti rimasti feriti o protagonisti della rivolta di massa pro-democrazia avvenuta nel luglio-agosto del 2024, che ha portato alla caduta del governo di Sheikh.
A far scatenare la miccia l’impegno politico dell’artista in Bangladesh. Sulla vicenda sta indagando la Digos per ricostruire il contorno di quanto accaduto e risalire agli autori che sono stati ripresi dalle telecamere e anche visti in faccia dalla vittima.
Una resa dei conti politica nata in Bangladesh e importata al Festival di Venezia. È quanto denuncia Azmeri Haque Badhon sui social, attrice bengalese impegnata da anni nella difesa dei diritti delle donne, arrivata in Italia per la Mostra del Cinema con The Difficult Bride. Badhon è stata aggredita da un gruppo di connazionali immigrati che l’avrebbero presa di mira per il suo sostegno alle proteste democratiche dell’estate 2024 contro l’allora premier Sheikh Hasina. Sul caso ora indaga la Digos, al lavoro sulle testimonianze e sulle immagini disponibili per identificare i responsabili.
L’aggressione a Mestre
Il racconto dell’attrice al Corriere della Sera è scioccante. Badhon si trovava in un parco con il fratello e la sua famiglia quando il gruppo l’avrebbe circondata. «Sono andata al parco con mio fratello e la sua famiglia – ha raccontato – e alcuni bengalesi mi hanno molestata fisicamente, mi hanno lanciato addosso acqua e altri oggetti. Insieme a me c’era il mio nipotino, il bambino urlava e piangeva mentre loro esultavano».
E non si sarebbe trattato soltanto di una provocazione. «Mi hanno aggredita, mi hanno preso il telefono e mi hanno colpito, rivolgendomi insulti sessisti e volgari. Mi hanno anche filmato trasmettendo in diretta le immagini online».
Badhon aveva sostenuto apertamente la mobilitazione studentesca e civile del luglio-agosto 2024 in Bangladesh, culminata con la caduta di Sheikh Hasina, al potere dal 2009 e poi fuggita in India. Ed è proprio quel precedente politico che, secondo la sua denuncia, sarebbe riemerso lunedì sera a migliaia di chilometri da Dacca.
«Ho avuto la sensazione che potessero uccidermi»
Gli uomini l’avrebbero infatti apostrofata come una “combattente di luglio”, espressione utilizzata per indicare chi partecipò o sostenne quella rivolta. Badhon non ha rinnegato nulla. «Ho avuto la sensazione che potessero uccidermi», ha spiegato anche all’Ansa. «Loro mi hanno detto di essere sostenitori di Bangabandhu». Il riferimento è a Sheikh Mujibur Rahman, padre dell’indipendenza bengalese e padre di Sheikh Hasina. Nei filmati circolati dopo l’accaduto alcuni uomini si sarebbero inoltre qualificati come sostenitori dell’Awami League e della Chhatra League.
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Ed è qui che il caso supera la dimensione della comune aggressione. Perché il Festival della Laguna non può diventare il prolungamento delle faide politiche del Bangladesh. In Italia ciascuno è libero di portare con sé idee, appartenenze e memoria politica; un po’ meno di importare intimidazioni, vendette e regolamenti di conti, soprattutto quando il bersaglio è una donna circondata e insultata davanti a un bambino.
Dal red carpet alla Digos
C’è poi un paradosso difficile da ignorare. Badhon è a Venezia per il film diretto da Rubaiyat Hossain che racconta proprio le pressioni sociali e familiari esercitate sulla vita e sul corpo femminile. Sullo schermo si discute di libertà; pochi chilometri più in là, una delle sue interpreti denuncia di essere stata colpita e coperta di insulti sessisti per le proprie idee.
Agli investigatori spetta ora stabilire responsabilità e ricostruire fino in fondo la dinamica. Badhon, intanto, ha affidato a Facebook una risposta che vale più di mille dichiarazioni ufficiali: «E poi dicono che con loro le donne in Bangladesh sono al sicuro? Ora tutto il mondo saprà che avete molestato un’attrice in un festival internazionale e ne siete persino orgogliosi».