La riflessione
Il poliamore, la gelosia, i sentimenti: davvero avere più relazioni rende la nostra vita più felice?
La gelosia non è un fallimento morale, abbiamo cominciato a parlare molto di consapevolezza emotiva
C’è qualcosa di profondamente interessante nel modo in cui la nostra società sta cambiando il significato dell’amore. Per secoli abbiamo dato per scontato che amare significasse scegliere una persona, costruire con lei un legame esclusivo e accettare che quella scelta comportasse inevitabilmente delle rinunce. Oggi quella certezza vacilla. Non perché l’amore sia scomparso, ma perché sono cambiate le domande che gli facciamo. Perché dovrei amare una sola persona? Perché l’esclusività dovrebbe essere la prova della fedeltà? Perché desiderare qualcun altro dovrebbe mettere in discussione ciò che provo per il mio partner?
Come nasce il poliamore
ll poliamore nasce anche dentro queste domande. E forse è proprio per questo che suscita reazioni così forti. Perché non mette semplicemente in discussione la coppia: mette in discussione alcune delle nostre convinzioni più profonde su possesso, fedeltà, gelosia e appartenenza. Non è una questione di quantità. Quando si parla di poliamore, la prima immagine che viene in mente è spesso quella di una persona che vuole avere più partner. Ma fermarsi qui significa non aver capito il fenomeno. Il punto non è semplicemente quante persone entrano nella nostra vita sentimentale. Il punto è come definiamo un legame.
Il poliamore, quando è realmente consensuale, non significa ingannare, nascondere o tradire. Significa accettare che una persona possa costruire più relazioni affettive e/o intime conoscendo e rispettando le persone coinvolte. Questo, però, non rende automaticamente una relazione sana. E qui sta una distinzione che spesso viene dimenticata: la libertà di scegliere una forma di relazione non garantisce la capacità psicologica di viverla bene. Si può essere monogami per paura. Si può essere poliamorosi per paura. Si può amare liberamente oppure utilizzare una relazione per riempire un vuoto.
La forma e le motivazioni
La forma non racconta tutto. La motivazione racconta molto di più. Che cosa stiamo cercando davvero? Questa dovrebbe essere la prima domanda da porsi. Quando una persona desidera più relazioni, cosa sta cercando? Può cercare una forma di amore che sente più autentica. Può desiderare maggiore autonomia. Può sentire che l’affetto non diminuisce necessariamente quando viene condiviso. Ma può esserci anche un’altra possibilità.
A volte moltiplicare i legami può diventare un modo per non dipendere completamente da nessuno. Se nessuna persona occupa completamente il centro della nostra vita, forse nessuna persona può avere abbastanza potere da distruggerci. È una strategia possibile, non una verità universale. Ed è proprio per questo che il poliamore può diventare uno strumento interessante per osservare la psicologia contemporanea: ci costringe a chiederci dove finisce il desiderio di libertà e dove comincia la paura dell’intimità. La parte dell’amore che non appare sui social.
C’è poi qualcosa che spesso rimane fuori dalla narrazione romantica del poliamore: la fatica. Perché amare più persone non significa automaticamente provare più felicità. Significa anche distribuire tempo, attenzione, energie e disponibilità emotiva. Significa affrontare confronti. Significa comunicare continuamente. Significa stabilire confini. Significa affrontare la gelosia. E soprattutto significa accettare una delle esperienze emotive più difficili per l’essere umano: vedere la persona che amiamo stare bene con qualcun altro senza sentirci necessariamente minacciati. È facile essere favorevoli alla libertà finché la libertà dell’altro coincide con ciò che desideriamo. La vera prova arriva quando l’altro utilizza quella libertà in un modo che ci fa soffrire. È lì che la teoria incontra la realtà.
La gelosia non è un fallimento morale
La gelosia non è un fallimento morale, abbiamo cominciato a parlare molto di consapevolezza emotiva. Ma rischiamo di trasformare anche questa parola in una nuova forma di giudizio. Se sono geloso, allora sono insicuro. Se ho paura, allora non sono evoluto. Se soffro perché il mio partner ama qualcun altro, allora non ho ancora superato la mentalità possessiva. Non necessariamente.
La gelosia è un’emozione. Non è una colpa. Può nascere dalla paura di perdere una persona, dal confronto, dal timore di essere meno importanti, dal bisogno di rassicurazione. Il punto non è eliminarla con un atto di volontà. Il punto è capire cosa st cercando di comunicarci. In questo senso, una relazione poliamorosa può diventare uno straordinario laboratorio emotivo. Ma può diventare anche un campo di battaglia, se le persone coinvolte non hanno gli strumenti per gestire ciò che provano.
Il limite di una generazione
Ed è qui che il discorso si allarga oltre il poliamore. Viviamo in un’epoca caratterizzata dall’abbondanza. Abbiamo più informazioni, più contatti, più opportunità, più possibilità di scelta rispetto alle generazioni precedenti. Anche nell’amore. Il poliamore potrebbe essere letto come una disregolazione emotiva.
Le applicazioni di incontri hanno trasformato la ricerca di un partner in un ambiente nel quale le alternative sembrano praticamente infinite. E questo può modificare la nostra psicologia. Se una relazione diventa difficile, sappiamo che esistono altre possibilità. Se una persona non ci convince, possiamo incontrarne un’altra. Se qualcosa non funziona, possiamo ricominciare. La libertà è meravigliosa.
Ma l’eccesso di possibilità può produrre un effetto inatteso: la difficoltà a scegliere davvero. Perché scegliere significa sempre chiudere alcune porte. E la nostra società sembra diventare sempre meno abituata alle porte chiuse. L’amore senza rinuncia esiste? Forse questa è la domanda più scomoda. Abbiamo cominciato a pensare che una relazione ideale debba permetterci di essere completamente liberi senza rinunciare a nulla. Ma è possibile?
Ogni legame profondo crea responsabilità.
Ogni scelta esclude altre possibilità. Ogni persona che amiamo occupa tempo, spazio, energia. E soprattutto, ogni legame autentico ci rende vulnerabili. Questo vale per la monogamia e vale per il poliamore. Possiamo modificare le regole della relazione. Non possiamo modificare completamente la natura della vulnerabilità. Possiamo decidere di non possedere l’altro. Non possiamo decidere di non avere paura di perderlo. Possiamo accettare che il partner abbia altre relazioni. Non possiamo comandare al nostro cuore di non soffrire. Ed è forse proprio qui che l’amore rimane ancora misterioso.
Il poliamore non è il futuro. È una domanda sul presente. Forse stiamo commettendo un errore quando cerchiamo di stabilire se il poliamore sia “migliore” o “peggiore” della monogamia. Non è una gara. Sono modi differenti di organizzare la vita affettiva, con possibilità e difficoltà differenti. La vera trasformazione culturale potrebbe essere un’altra. Stiamo lentamente passando da un’epoca nella quale ci veniva detto come dovevamo amare a un’epoca nella quale siamo costretti a decidere come vogliamo amare. E questa libertà è molto più difficile di quanto sembri. Perché quando non esistono più regole assolute, dobbiamo assumerci la responsabilità delle nostre scelte. Non possiamo più nasconderci dietro il semplice “si fa così”. Dobbiamo conoscere noi stessi.
Capire i nostri bisogni
Capire i nostri bisogni. Riconoscere le nostre paure. Imparare a comunicare. E soprattutto distinguere il desiderio dalla fuga. Forse il poliamore non ci sta insegnando che è possibile amare più persone. Forse ci sta insegnando qualcosa di più inquietante: che non sappiamo ancora quanto delle nostre idee sull’amore appartenga veramente a noi e quanto sia stato ereditato dalla società.
E allora rimane una domanda. Non se sia possibile amare più persone. Ma questa: quando diciamo di voler essere finalmente liberi nell’amore, siamo davvero pronti ad affrontare la responsabilità, la gelosia, la vulnerabilità e il dolore che una libertà autentica porta con sé… oppure stiamo semplicemente cercando un modo più moderno per non scegliere mai fino in fondo?
*Psicoterapeuta Apc