Diverse... molto diverse
Greta Thunberg ha una sorella popstar sensuale e anti-macho: sul web spopola con gli show “queer”
Beata Monalisa Ernman è una popstar. Ama il palcoscenico, i look provocanti e una musica pensata per mettere in crisi il «maschio fragile»
In casa Thunberg la rivoluzione continua, ma questa volta senza cartelli, blocchi stradali o secchiate di vernice sui monumenti. Mentre Greta, archiviata almeno per ora l’emergenza climatica, ha trasferito “armi e bagagli” sul fronte palestinese, la “sorellina” minore Beata Monalisa Ernman ha scelto di fare la popstar. E che popstar.
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Niente scioperi del venerdì, sermoni sulla fine del pianeta o ramanzine ai potenti della Terra. Bea preferisce Édith Piaf, le luci del palcoscenico e abiti che sembrano aver aderito anche loro alla decrescita felice. Il programma artistico è già chiarissimo: musica «pro-queer e anti-macho» e una missione dichiarata, far emergere la «fragile mascolinità» degli uomini eterosessuali. Insomma, Greta vuole salvare il mondo; Bea, per cominciare, intende destabilizzare gli uomini.
La popstar virale
Il video che l’ha fatta conoscere fuori dalla Svezia arriva dal Musikaliska Kvarteret di Stoccolma, una delle sale da concerto più prestigiose e antiche del Paese. Sul palco la ventenne canta, balla e mette in scena un personaggio costruito per non passare inosservato. Il risultato ha incuriosito il pubblico internazionale, che soltanto dopo averla ascoltata ha scoperto il dettaglio familiare: quella ragazza dalla voce potente è la sorella minore dell’attivista climatica più famosa del mondo.

Beata, però, non sembra intenzionata a vivere di luce riflessa. Usa il cognome della madre, Ernman, evita di parlare pubblicamente di Greta e risponde con un cortese «no comment» alle domande sulla famiglia. Meglio lasciare alla sorella maggiore le conferenze internazionali e conquistarsi il proprio spazio a colpi di acuti, twerk, spaccate e dichiarazioni contro il patriarcato discografico.
Il contrario della sorella
La musica, del resto, è entrata presto nella sua vita. Dai dodici ai diciassette anni è stata scelta per interpretare Édith Piaf, cantandone quotidianamente il repertorio. Una formazione intensiva che oggi riaffiora nel suo primo progetto discografico, anticipato da una versione di Hymne à l’amour. La voce guarda alla chanson e al jazz del Novecento; l’immagine, invece, è quella di una popstar scandinava contemporanea, provocante e rumorosa quanto basta per irritare gli svedesi più compassati.

Fuori scena Bea si descrive come sensibile. Sul palco diventa audace, teatrale e decisamente poco interessata alla sobrietà conventuale. Sogna di trasformarsi in un’icona della comunità gay e considera l’esibizione davanti al pubblico queer svedese un momento decisivo della propria carriera.
Il nemico principale, almeno per ora, non sembra essere l’anidride carbonica. «Quando canto, la fragile mascolinità degli uomini etero viene a galla», ha scritto sui social. Sostiene che alcuni produttori vogliano controllarla e intestarsi il merito della sua voce.
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