America Latina tinta di blu
Un’altra donna di destra al potere: in Perù vince Keiko Fujimori. Ecco chi è la nuova presidente
La leader di Fuerza Popular batte la sinistra e porta il Perù nella scia dei Paesi latinoamericani che hanno scelto sicurezza, mercato e governi conservatori
Esteri - di Alice Carrazza - 30 Giugno 2026 alle 13:47
Dopo Giorgia Meloni in Italia e Sanae Takaichi in Giappone, anche il Perù affida il potere a una donna conservatrice. Keiko Fujimori, 51 anni, leader di Fuerza Popular, ha vinto il ballottaggio contro il candidato di sinistra Roberto Sánchez con il 50,13% dei voti validi: 9.223.396 preferenze contro 9.173.755. Il distacco finale, 49.641 schede, chiude uno scrutinio durato 22 giorni e consegna a Lima la sua prima presidente donna.
Una lunga storia di destra
La notizia non è solo peruviana. In tre aree diverse, Europa, Asia e Sudamerica, figure femminili nate del mondo conservatore arrivano al vertice attraverso il voto, i partiti, la costruzione del consenso. È un fatto politico: la leadership femminile a destra convince. Può crescere anche attorno a sicurezza, sovranità, mercato, identità nazionale e autorità dello Stato.
Per Fujimori è la fine di una lunga traversata. Aveva già perso le presidenziali nel 2011, nel 2016 e nel 2021. Ogni volta era rimasta al centro della scena, senza riuscire però a chiudere il cerchio. Questa volta il margine è stato minimo, ma sufficiente. L’Onpe, l’Ufficio nazionale dei processi elettorali, ha completato lo scrutinio del 100 per cento delle schede, le autorità elettorali hanno respinto i ricorsi dell’opposizione e la guida di Fuerza Popular riceverà “lo scettro” formalmente il 15 luglio, prima del giuramento previsto il 28 luglio.
La sua biografia politica comincia molto prima della fondazione del partito. Nel 1994, a 19 anni, Keiko ricoprì il ruolo di “first lady” del Perù dopo la separazione tra il padre Alberto Fujimori, allora presidente, e la madre Susana Higuchi. Da quel momento ha imparato a muoversi dentro una delle eredità più complesse e controverse dell’America Latina. Il cognome Fujimori, per una parte importante del Paese, significa ordine dopo il caos, stabilizzazione economica e sconfitta di Sendero Luminoso, l’organizzazione guerrigliera maoista che insanguinò il Perù tra gli anni Ottanta e Novanta con attentati, massacri e una guerra interna contro lo Stato. Per un’altra parte richiama invece l’autoritarismo.
L’eredità trasformata in progetto
Fujimori, comunque, non ha scelto la strada più comoda. Non ha rinnegato quella storia, ma ne ha preso le redini, l’ha attraversata politicamente e l’ha evoluta. Ha riconosciuto che durante il governo del padre furono commessi «crimini», continuando però a difendere ciò che considera il nucleo politico del fujimorismo: lo Stato che non arretra davanti alla violenza, l’economia rimessa in piedi dopo il collasso, la lotta al terrorismo e alla criminalità senza ambiguità.
Eletta deputata a Lima nel 2006, nel 2010 ha fondato Fuerza Popular. Da lì ha costruito la principale forza della destra peruviana: popolare, organizzata, radicata nei settori che chiedono sicurezza prima ancora di riforme astratte.
Sicurezza e mercato
La campagna del 2026 si è giocata soprattutto sulla criminalità. Fujimori ha promesso carceri di massima sicurezza, espulsione degli immigrati irregolari e maggiore protezione per i magistrati impegnati contro le organizzazioni criminali. «La giustizia non avrà paura», ha detto durante la corsa. «La cosa più importante è avere la volontà di usare la forza per poter affrontare i criminali, questa feccia che ci sta uccidendo».
È una linea dura, ma in America Latina risponde a una domanda reale. Senza sicurezza non ci sono crescita, investimenti né libertà economica. Il Perù, Paese strategico dell’area andina, ricco di materie prime e centrale nelle filiere globali dei minerali, è una partita che pesa oltre i suoi confini. Una presidenza orientata al mercato e al ripristino dell’autorità pubblica sarà seguita da imprese, cancellerie e partner occidentali.
L’America Latina si tinge ancora di blu
La vittoria di Fujimori si inserisce in una fase in cui la destra torna a dettare il passo in America Latina. Dall’Argentina di Javier Milei all’Ecuador del giovanissimo Daniel Noboa, dalla Colombia di Abelardo de la Espriella alla Bolivia di Rodrigo Paz, fino all’Honduras di Nasry Asfura, alla Costa Rica di Laura Fernández, al Cile di José Antonio Kast e all’El Salvador di Nayib Bukele, il continente mostra una tendenza ormai riconoscibile: sicurezza, ordine, mercato e rottura con le vecchie ricette della sinistra.