Contro le autocensure
Una storia complessa senza complessi: all’Italia serve un racconto fatto di verità
Il metodo che la storiografia italiana dovrebbe seguire è il più semplice: restare sempre ancorata ai fatti. Se ne gioverebbe anche la politica
Le moderne e contemporanee Nazioni europee sono nate, nel XIX secolo, con la scoperta dell’identità attraverso la storia.
L’esempio della Germania
L’esempio più evidente lo offre la Germania attorno al 1810, quando si ribellò alla decennale colonizzazione culturale illuministica e neoclassica di stampo francese; con Fichte scoprì la “Nazione germanica” identificata con una lingua e una “visione della vita e del mondo” inconciliabili con il falso mito settecentesco del “cittadino del mondo”, politicamente incarnato dall’Impero napoleonico; e che condussero, in breve tempo, all’insurrezione patriottica tedesca, e alla grande vittoria di Lipsia.
Fu la lingua, studiata dalla nascente glottologia, a fornire l’elemento di fondazione della Nazione: lingua filosofica della Kultur germanica, ben diversa dalla lingua razionalistica della Zivilitation parigina e borghese. Seguì una riscoperta della storia tedesca arcaica e medioevale, fino a quel momento tacciata di barbarie. Le conseguenze politiche furono (lo dico in brevissimo) il Reich federale del 1871… e quel che ne seguì.
La Francia non restò indietro
Ma la Francia non restò indietro, e a sua volta recuperò la sua storia medioevale e moderna; e così fecero sia l’Inghilterra sia la Scozia sia entrambe sia politicamente unite (UK); e rinacque un nazionalismo polacco; e, quasi inedito, un nazionalismo ungherese attraverso una lingua prima ritenuta un dialetto, e gli atti pubblici si tenevano in latino. E così la Grecia e i popoli slavi soggetti alla Turchia. Va capito questo fenomeno del patriottismo e poi nazionalismo, o non ci sono chiare le cause intrinseche delle vicende europee dei secoli XIX e della prima metà del XX.
L’Italia ancorata alla gloria dell’Urbe
E l’Italia? Ma nel recuperare la storia, la “fatal Penisola”, in cui pure qualcuno ci provò, era gravata dal peccato originale della memoria storica: la gloriosa, gloriosissima, fin troppo gloriosa storia di Roma… sempre a non andare troppo per il sottile come disgraziatamente capita ai classicisti quando leggono che di Cesare parla malissimo Catullo, il quale a sua volta aveva pessime frequentazioni. Ma sorvolando su “Romae omnia venalia”, eccetera, la gloria dell’Urbe pesò nei secoli sulla storiografia, come se non ci fosse più nulla dopo la “caduta dell’Impero Romano”, ammesso sia andata così.
Ma il concetto è protestante e giacobino, attribuendo la colpa prima al cristianesimo, che invece conservò l’Occidente dal 313 al 476, e l’Oriente fino al 1453; poi ai “barbari”. Dalla più o meno genuina caduta di Roma, e, secondo il Croce, fino al 1861, ci sarebbe stato il deserto culturale e politico. A dire la verità, non è che nel 2026, quindi ben 165 anni di Stato unitario, ci siano in giro tanti Dante Alighieri o si edifichino tante cattedrali e palazzi: sull’urbanistica e sull’architettura degli scatolami ecclesiastici e laici, pietosamente sorvolo; e anche sui poeti dell’andare ogni tanto a capo. Comunque, il patriottismo italiano restò condizionato da questa nobile antenata, Roma. Prendiamo “All’Italia” del Leopardi, nostalgica della romana gloria, a onta dei secoli; oppure, fuor di poesia, “l’Impero sui colli fatali di Roma”.
La storia del Meridione come secolare operazione di difesa
Quanto ai secoli cosiddetti medioevali e ai moderni, gli Italiani subirono un’altra ombra, la vera o presunta scarsezza di successi militari, abbondanti (insieme a diverse sconfitte) invece in Francia, Spagna, Gran Bretagna, Prussia e persino Olanda e Portogallo. Anche su questo ci sarebbe da puntualizzare, se pensiamo a Venezia, Genova, i Savoia. E il Meridione? Ebbene, la storia del Sud può essere curiosamente raccontata come una secolare operazione politica e militare di difesa contro ogni minaccia, quasi sempre riuscita; e quando accaddero minacce, il Sud inventò le milizie popolari. Non è dunque vero che l’Italia sia stata tanto paciosa e mandolinista.
Una storia di feconde contraddizioni
Non sarebbe dunque ora di raccontare la storia italiana nella sua complessità e nelle sue contraddizioni? Contraddizioni senza le quali l’Italia non sarebbe, come invece è, la patria della letteratura e dell’arte. Intanto, raccontarla tutta, senza alcuna sorta di quell’autocensura per cui, e l’esempio basti, se parliamo di Prima guerra mondiale, quasi tutti pensano a Caporetto e ben pochi a Vittorio Veneto. Per tacere delle piatte scopiazzature dalla cultura straniera e luterana, per cui ogni prof diligente (non è un complimento!) si fa un dovere di insegnare che a Lepanto 1571 abbiamo perso invece che, come fu, stravinto; mentre gli storici francesi, patriottardi, si arrampicano sui muri liscissimi per fare di Waterloo una specie di pareggio fuori casa, invece che, come fu, una scoppola epocale.
Il metodo della verità
Il metodo che la storiografia italiana dovrebbe seguire è dunque il più semplice, la verità. La verità farebbe bene anche alla storia dell’ultimo secolo, quindi anche alla politica. Quanto ai mezzi, e con tutto il rispetto per la poco popolare pubblicistica accademica, l’Italia non è stata molto ben fornita di poesie e romanzi storici, e film, strumenti di diffusione della storia, e quindi del patriottismo, in Inghilterra e Francia e Germania, e negli Stati Uniti. Serve dunque una politica culturale, con speciale riferimento alla storia.