La storia, le storie
Monaldo Leopardi, il padre frainteso di Giacomo: l’autobiografia smonta due secoli di pregiudizi
Chi era davvero il conte Monaldo? Dal volume curato da Nicola Pesce emerge invece una figura complessa, lontana dalle semplificazioni che l'hanno ridotta a funzione del destino del figlio e che merita di essere scoperta nella sua individualità
Ci sono figure che la storia consegna attraverso la lente deformante della caricatura. Monaldo Leopardi è una di queste. Per generazioni, la scuola italiana ha trasmesso l’immagine del padre oppressivo, ottuso e bigotto, quasi interamente responsabile delle inquietudini del più celebre figlio Giacomo, il poeta. Un ritratto severo, diventato verità indiscussa, assieme alla contronarrazione che lo voleva debole, incapace di governare la casa, delegando ogni incombenza alla moglie. Oggi l’Autobiografia di Monaldo Leopardi, riproposta da Burno con la prefazione di Nicola Pesce – già autore de Il piccolo principe delle tenebre – offre l’occasione di ascoltare «l’altra campana».
Monaldo Leopardi oltre gli stereotipi
Pesce racconta il proprio incontro con la figura del conte recanatese tra le stanze del «paterno ostello». Ed è lì che Monaldo si rivela in una luce diversa: un uomo di cultura vasta, animato da una passione assoluta per i libri. Nella sua biblioteca, nella sezione dei “Prohibiti”, convivevano autori messi all’indice dalla censura ecclesiastica: da Voltaire a Rousseau, da Beccaria a Foscolo. E non solo: quella raccolta, in parte, era persino aperta al pubblico, gesto non comune per l’epoca.
Il fascino di una figura complessa
Non si tratta, naturalmente, di un’agiografia. Monaldo resta figura complessa, orgogliosa, talvolta dominata da un temperamento autoritario. Un reazionario tout court, nell’accezione più alta possibile. Ed è proprio questa trasparenza a restituire spessore umano al personaggio. A un aristocratico dello Stato Pontificio, leale alla Chiesa e all’ordine tradizionale, immerso in un’Europa attraversata da rivoluzioni, eserciti, mutamenti continui.
«L’ultimo spadifero d’Italia»
Le sue stesse pagine autobiografiche lo confermano. Monaldo si descrive senza filtri, ammettendo la propria difficoltà a non primeggiare. «Il fatto sta che la natura o l’abitudine a sovrastare mi è sempre rimasta…». Eppure, accanto a questa rigidità, emergono episodi sorprendenti, quasi spiazzanti. Come quello del giovane che a diciotto anni veste sempre di nero e si cinge la spada: «Fui probabilmente l’ultimo spadifero d’Italia, finché nel 1798 sotto il Governo repubblicano questo costume nobile e dignitoso decadde affatto».
Una biografia segnata dalla storia prima che dalle idee
La vita di Monaldo si svolge dentro contrasti evidenti: orfano precoce, figlio di un padre collerico, spettatore delle guerre che attraversano lo Stato Pontificio, costretto a fughe improvvise con la famiglia. Una biografia segnata dalla storia prima ancora che dalle idee. Eppure, come nota Nicola Pesce, Monaldo resta «un uomo buono, positivo, capace di scrivere e ammaliare».
L’uomo oltre il padre
Una figura che la storiografia ha spesso semplificato, riducendola a funzione del destino del figlio, quando invece possedeva una sua autonomia intellettuale, una sua densità culturale, una sua voce. Una voce che merita, dopo due secoli di pregiudizi, di essere finalmente ascoltata. E senza osare paralleli – per quanto sia difficile riuscirci – con il profilo dell’ingombrante Giacomo.
(In foto un momento della mini serie Rai “Leopardi. Il poeta dell’Infinito”)