L'operazione "Chrome Dome"
La Groenlandia contesa: dalla bomba nucleare perduta alla nuova sfida tra potenze
Dalla Guerra Fredda a oggi, la Groenlandia è storicamente al centro di programmi strategici: cos'è cambiato e cosa no nelle attenzioni sullo scenario caldissimo di questa terra di ghiacci
Si chiamava “Chrome Dome” ed era un’operazione oggi assolutamente impensabile, perché rischiosa in modo quasi assurdo. Ma era figlia del tempo, gli anni Cinquanta e Sessanta, quelli della Guerra Fredda tra Stati Uniti ed Unione Sovietica. Avrebbe potuto provocare la catastrofe, la fine della civiltà, ma qualcuno evidentemente ci diede una mano, anche se di guai ne causò parecchi: uno di questi è una bomba nucleare della potenza di un megatone perduta sui ghiacci della Groenlandia e ad oggi ancora non ritrovata. Ma andiamo con ordine.
La Guerra fredda… in Groenlandia
Il mondo, dalla fine degli anni Cinquanta alla fine degli anni Sessanta, visse con l’incubo di una guerra nucleare improvvisa e devastante tra le due superpotenze di allora, Usa e Urss. Anche a causa della corsa allo spazio in cui le due nazioni si cimentarono e dalla realizzazione di missili sempre più potenti e precisi, come lo “Sputnik” sovietico. Si producevano missili balistici sempre più sofisticati, capaci di raggiungere le città americane e sovietiche in pochi minuti, per cui la capacità di reazione doveva essere garantita, anche come deterrente.
Il mistero sovietico e le precauzioni Usa
Delle precauzioni dell’Urss ancora oggi non si sa nulla, ma quelle americane sono note e documentate: gli aerei B-52 Stratofortress con le bombe nucleari Mark 28 erano ovviamente pronti nei principali aeroporti militari statunitensi, pronti a levarsi in volo e a dirigersi verso la Russia in 15-30 minuti (Allerta a terra). Ma questo non parve sufficiente all’alto comando americano, perché in caso di incursione nemica gli aerei avrebbero potuto essere distrutti a terra.
L’operazione “Chrome Dome”
Nacque così l’operazione “Chrome Dome”, ma nello slang americano anche “testa pelata”. Si trattava di questo: far volare ininterrottamente, 24 ore al giorno e 365 giorni l’anno, alcuni bombardieri strategici con a bordo quattro bombe atomiche cadauno, lungo rotte perlopiù artiche, ma anche Mediterranee, come vedremo, in modo da poter colpire l’Unione Sovietica dopo che essa avesse colpito gli Usa.
Gli aerei venivano riforniti in volo da apposite cisterne volanti. Quanti erano: da quattro a dodici, a seconda dei periodi, e durante la crisi di Cuba ne volarono anche 60 contemporaneamente. “Chrome Dome” funzionò dal 1958 al 1968, poi alcuni mesi del 1969, quando fu dichiarata conclusa sia per l’allentarsi della tensione sia per i gravi disastri che capitarono: uno, il più grave, in Groenlandia e uno in Spagna, a Palomares, sulle coste andaluse, rispettivamente nel 1968 e nel 1966.
Il doppio livello di sicurezza
Certo, erano stati messi tutti gli accorgimenti possibili per la sicurezza, sia sulle bombe sia sui velivoli sia sul personale: era addirittura previsto che le bombe, dopo l’arrivo dei codici segreti, dovessero essere attivate da due membri diversi dell’equipaggio, per evitare azioni sconsiderate di un aviatore improvvisamente impazzito, ma l’imprevisto, in operazioni di tale portata e di tale lunghezza, è sempre in agguato, e infatti si verificò.
Da tenere presente che i bombardieri volavano su rotte concentriche, pronti a dirigersi sulla Russia per sfrerrare rapidamente un secondo attacco nucleare, qualora gli Usa fossero stati colpiti all’improvviso. Il rifornimento in volo poi era, allora più di ora, una manovra estremamente delicata, così come i guasti agli aeromobili, e furono diversi i militari che persero la vita durante “Chrome Dome”.
L’incidente di Thule
Così, il 21 gennaio del 1968, sopra la Groenlandia, dove gli americani avevano e hanno una delle loro basi più importanti, a Thule, un B-52 impegnato a monitorare proprio la base di Thule fu vittima di un incendio a bordo: l’equipaggio, dopo aver tentato inutilmente di spegnere le fiamme, fu costretto a lanciarsi coi paracadute nei gelidi cieli groenlandesi, mandando l’aereo a schiantarsi sulla banchisa poco distante da Thule. L’equipaggio fu recuperato dai tempestivi soccorsi, ma il copilota era morto e il navigatore era in gravi condizioni, mentre gli altri se la cavarono.
L’aereo era armato con quattro testate nucleari che andarono diperse nell’esplosione che ne seguì e che dette vita anche a un grande incendio. Tutte le cariche detonanti delle bombe esplosero, ma non ci fu l’esplosione nucleare grazie ai sistemi di sicurezza. Però i frammenti radioattivi delle bombe distrutte si sparsero su una superficie di almeno 7 chilometri quadrati. Inoltre il plutonio presente si era diffuso nell’atmosfera grazie ai fumi dell’incendio.
Il frammento perduto
Per mesi il personale dell’Usaf decontaminò la zona, per fortuna non abitata, raccogliendo i frammenti radioattivi degli ordigni. Di uno di essi, però, non si trovò mai più traccia, e si ipotizzò che fosse in fondo al mare. Preoccupazione e protesta si levarono da parte della Danimarca, che ufficialmente non era a conoscenza di questi sorvoli. Da considerare che le rotte artiche, sulla Groenlandia e sul Canada, erano quelle che avrebbero consentito ai bombardieri di colpire rapidamente l’Unione Sovietica da nord.
La chiusura del programma
L’incidente di Thule convinse l’amministrazione di Lyndon Johnson a chiudere il programma, anche perché gran parte dei bombardieri erano allora impegnati anche in Vietnam. Rimase però attiva e operativa l’allerta a terra (Ground Alert), con i B-52 pronti a partire in massimo trenta minuti. Anche il monitoraggio sulla base di Thule continuò, ma con aerei che non trasportavano ordigni nucleari. L’anno dopo, nel 1969, l’amministrazione Nixon decise di ripristinare i voli nucleari, con nuovo nome di “Giant Lance”, ma la cosa durò poche settimane e poi fu definitivamente accantonata. Ground Alert invece proseguì fino al 1991 e alla dissoluzione dell’Urss.
L’incidente di Palomaros
Nel 1966 invece, ma sempre a gennaio, si era verificato l’altro grave incidente per “Chrome Dome”: mentre era in corso il rifornimento in volo sopra la Spagna, l’aereocisterana esplose, uccidendo i quattro uomini dell’equipaggio, mentre il B-52 si frantumò in volo, uccidendo tre uomini mentre altri cinque riuscirono a salvarsi gettandosi col paracadute. Anche questo aereo trasportava quattro Mark 28, le quali però non esplosero.
Una fu trovata subito sulla spiaggia di Palomaros, un’altra il giorno dopo parzialmente distrutta su una collina presso il paese, una terza fu trovata in un campo poco distante. Ma queste ultime due avevano subito l’esplosione degli inneschi, con la conseguente liberazione del plutonio nelle aree circostanti, L’ultima fu recuperata due mesi dopo in fondo al mare. Le autorità americane effettuarono vaste operazioni di bonifica e decontaminazione per mesi, ma da allora la Spagna proibì il sorvolo di aerei con a bordo ordigni nucleari.
Il mistero sui voli sovietici
C’è solo da aggiungere che a tutt’oggi ignoriamo se i sovietici effettuassero analoghi voli sui loro territori e su quelli del Patto di Varsavia. Comunque la tecnologia militare si è molto evoluta e i missili possono partire da basi sotterranee e da portaerei senza bisogno di trasportare bombe atomiche in giro per il mondo.
L’interesse della Groenlandia oggi
Oggi, a distanza di oltre mezzo secolo da quei fatti, la Groenlandia è tornata al centro dell’attenzione internazionale per ragioni in parte diverse ma non meno rilevanti. Se durante la Guerra Fredda era soprattutto una piattaforma avanzata per il controllo militare dell’Artico, nel XXI secolo l’isola è diventata un obiettivo strategico anche per le sue immense risorse naturali e per la posizione geografica sempre più cruciale.
Non è un caso che gli Stati Uniti abbiano recentemente intensificato i contatti politici con il governo locale, ipotizzando forme di cooperazione rafforzata (o forzata) che, pur senza configurarsi come un’annessione formale, consentirebbero una presenza militare e logistica più ampia. Una prospettiva che ha suscitato la netta opposizione della Danimarca, da cui la Groenlandia dipende ancora per politica estera e difesa, e che ha riacceso una competizione geopolitica che coinvolge anche Europa, Russia e Cina.
Una nuova forma di competizione strategica
A rendere ancora più rilevante la Groenlandia oggi contribuisce inoltre il cambiamento climatico, che sta modificando profondamente l’equilibrio dell’Artico. Lo scioglimento dei ghiacci, sempre più rapido, non solo espone potenziali giacimenti di materie prime strategiche — come terre rare, nichel, cobalto e idrocarburi — ma apre anche la possibilità di nuove rotte marittime commerciali, capaci di ridurre sensibilmente i tempi di navigazione tra Europa, Asia e Nord America.
In questo scenario, il controllo o anche solo l’influenza sull’isola assume un valore economico e militare enorme, perché significa avere accesso diretto sia alle risorse del sottosuolo sia a snodi logistici destinati a diventare fondamentali nei traffici globali. Non sorprende quindi che, accanto alle tradizionali rivalità militari, si stia sviluppando una competizione sempre più intensa sul piano industriale e finanziario.