Il libro
Critica della “follia progressista”: la cultura dell’odio dalla ghigliottina al woke
Il saggio di Andrea Scaraglino identifica nella Rivoluzione francese il momento in cui si inizia a «recidere il cordone che lega gli uomini al proprio passato» e nasce quella che Scruton chiamava oikofobia
In quale epoca affondano le radici che sorreggono l’arbusto ideologico della cancel culture, del woke, dell’auto-razzismo? Possono essere formulate diverse ipotesi, che abbracciano uno spettro temporale molto ampio. Andrea Scaraglino, scrittore e storico, lucido osservatore delle realtà sociali, nel suo libro La follia progressista – Dai lumi al wokismo: psicopatologia della sinistra narcisista (Passaggio al bosco, 2026) individua un preciso periodo in cui collocare quella che definisce «la nascita della Cultura dell’odio»: è quando i fiumi di sangue, Oltralpe, sgorgano dalle ghigliottine calate violentemente sul collo di persone ridotte a simboli di identità che i giacobini vogliono spazzare via. La Rivoluzione francese, dunque, è vista da Scaraglino come l’embrione della società del dogmatismo progressista.
Dovremmo allora ricercare all’ombra degli “alberi della libertà”, issati dai rivoluzionari, la culla di quella che Roger Scruton chiamava oikofobia, cioè il ripudio della propria cultura, corroborato dal tentativo – osserva l’autore del saggio – di «recidere il cordone che lega gli uomini al proprio passato».
Da Parigi a Mosca: il narcisismo motore delle rivoluzioni
L’indagine di Scaraglino non si ferma alla mera lettura politica dei fatti. L’autore del libro va più in profondità, arrivando a individuare una sorta di narcisismo alla base di quello che definisce un «aspetto di obliterazione della memoria». Una fisima la cui traiettoria penetra i secoli e plasma avvenimenti dalla portata storica decisiva. L’autore del libro traccia quindi una linea di continuità con il marxismo perché – ragiona Scaraglino – «come per i giacobini in Francia anche i bolscevichi in Russia possono accettare un concetto societario in cui inserire l’uomo “nuovo” solo dopo un’epurazione totale delle forze altre alla propria».
Ecco che tornano attuali i concetti di cesura col passato, di rinnegamento, nonché di «uomo nuovo». I rivoluzionari, francesi o bolscevichi che siano, introducono infatti l’idea di un uomo non più riflesso di una tradizione culturale, di un contesto quale può essere la famiglia, bensì come il prodotto di un costrutto ideologico.
Una terapia per curare il wokismo?
Le rivoluzioni sono quindi il laboratorio dal quale esce un prodotto antropologico destinato a caratterizzare l’umanità dalla seconda metà del Novecento. Con la modernità, per Scaraglino, si assiste a quello che definisce beffardamente un «salto di qualità». Egli scrive, puntando l’indice verso il liberismo esasperato, che la mondanità, la società dello spettacolo e il «consumismo libidinale» sono i detonatori dei tradizionali legami societari.
L’autore dedica poi un capitolo alla pandemia di Covid, osservando che, come per effetto di un interruttore, l’apparentemente paradossale passaggio dal libertinismo al regime sanitario sia stato tanto repentino quanto efficace. Certi fenomeni storici – rileva in conclusione – non sono deviazioni accidentali, ma «il punto di massima coerenza di una civiltà che ha separato l’individuo dalla società». Un processo che egli ritiene avere tratti di follia. Scaraglino consiglia anche una terapia, per conoscerla però occorre leggere il libro.
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