L'intervento
Un Piano casa anche per contrastare l’inverno demografico: l’ottima idea del governo Meloni da realizzare in fretta
Per l’abitare sostenibile, l’affitto di una casa non dovrebbe costare più del 25-30% della retribuzione percepita dal singolo locatario/inquilino. Lo dice chiaramente Confindustria nella sua proposta di Piano casa. Mancano abitazioni a canoni compatibili con gli stipendi e c’è un forte disallineamento, in numerose aree del territorio, tra costi di affitto o di acquisto delle abitazioni e il livello di salari medi. Per questo il Piano casa è determinante per la crescita e per l’occupazione, specie dei giovani.
Il governo ha annunciato a gennaio scorso un Piano casa per realizzare 100mila abitazioni in dieci anni a prezzi sostenibili. Salvini ha parlato di 1,2 miliardi per recuperare sessantamila alloggi inutilizzabili. Il viceministro Rixi ha annunciato un primo decreto da 950 milioni, ma solo sulla carta, anche perché il Piano esiste come norma dal 30 dicembre 2025 ma il decreto attuativo non è stato ancora firmato, anche perché, a dire il vero, l’architettura è complessa: linee guida, criteri di selezione, partenariato pubblico-privato, fondi europei. Questo spiega i ritardi. Si prevede di stanziare la somma di cui sopra per interventi di edilizia residenziale pubblica, recuperando circa 50mila case popolari. Ci sarà poi un fondo di investimento che dovrebbe raccogliere capitali privati di Cdp (Casse Depositi e Prestiti). Sono stati già destinati alla casa 1,1 miliardi, anche riprogrammando i fondi di coesione non utilizzati.
Bisogna però andare di fretta e coinvolgere quanti più soggetti pubblici e privati, perché la questione investe anche e sopratutto il futuro del nostro Paese e della nostra comunità nazionale inasprendo l’emergenza abitativa ulteriormente e più pesantemente la crisi demografica . Scrive infatti il Prof. Alessandro Rosina su “Il Sole 24 Ore”: “Avere figli nelle società avanzate è una scelta libera, non più socialmente prescritta, di conseguenza anche sempre meno scontata. Dipende dalle condizioni oggettive del presente – lavoro, reddito, abitazione, servizi – ma anche da una visione positiva del futuro”… “Tra i vari ostacoli, uno emerge con particolare forza in tutta Europa: l’accesso all’abitazione. Negli ultimi quindici anni, secondo dati Eurostat, l’Unione europea ha registrato un aumento medio dei prezzi di vendita delle abitazioni superiore al 50% e dei canoni di locazione di oltre il 25%. Le grandi città, dove si concentrano opportunità formative e lavorative, sono anche i luoghi in cui la distanza tra domanda e offerta è più acuta. Le aree periferiche o rurali risultano più accessibili, ma offrono meno possibilità occupazionali. Si crea così una tensione strutturale tra lavoro e abitazione. Le nuove generazioni sono colpite in modo particolare”… “Pesano i redditi mediamente più bassi, la maggiore incidenza di contratti temporanei, la minore capacità di accumulare risparmi per un anticipo sul mutuo”…
E proseguendo su questa linea, il presidente di Confindustria aggiunge: “Il Piano casa oggi non è più solo una questione sociale: è un’emergenza economica che incide direttamente sulla crescita e sull’occupazione. Senza casa non c’è lavoro, non ci sono lavoratori dove si produce e il Paese perde produttività. Nelle grandi città gli affitti sono fuori scala rispetto ai salari. Questo significa che lavorare non basta più per vivere vicino al posto di lavoro. E dal 2024 che insistiamo su questo punto: serve fare presto, anche perché ci aspettiamo nuove pressioni sui costi, dall’energia ai trasporti, e quindi sul potere d’acquisto dei lavoratori”. Secondo Emanuele Orsini la riqualificazione degli immobili può essere un primo passo perché riduce i tempi, evita consumo di suolo e attiva subito filiere industriali strategiche.
Anche il sindacato chiede un ruolo nella rigenerazione urbana. Il neo eletto segretario generale del sindacato di categoria Filca-Cisl nazionale, Ottavio De Luca sostiene infatti che: “E’ necessario un accordo per le costruzioni che permetta di creare un Piano Unico, con cui garantire interventi, occupazione di qualità e crescita”… perché “la locomotiva d’Italia”, è alle prese con una riqualificazione disordinata, una crisi abitativa aggravata da canoni d’affitto insostenibili e un processo di elitizzazione dei quartieri che esclude sempre più cittadini dai grandi centri. Il 23% delle abitazioni nel pubblico e nel privato in Italia è sfitto contro il 7% della Francia. La strada, per i sindacati, è quindi quella di una partecipazione diretta e attiva delle parti sociali nei processi di rigenerazione urbana. Per renderla possibile, però, servono alleanze strategiche sul territorio con la politica e le istituzioni, fare formazione per sviluppare le competenze utili, occorre elaborare proposte concrete nella condivisione di tutte le parti interessate.
E per i finanziamenti andranno coinvolti soggetti pubblici, investitori istituzionali e soggetti privati, anche grandi fondi di investimento; andrebbero introdotte misure fiscali per chi investe nell’abitare sostenibile; vanno rimossi gli ostacoli urbanistici che frenano la costruzione e la riqualificazione degli edifici; vanno introdotti strumenti di garanzia per favorire l’accesso al credito.
* ex senatore di An e presidente della Commissione Finanze
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