Letteratura e musica
Un mandolino salverà il mondo: la lezione di Francesco Palmieri sullo strumento amato da poveri e Re
+ Seguici su Google DiscoverLa conclusione dell’autore sarebbe da Tso immediato se non si fosse letta la premessa, ovvero l’intero libro: “Esprimo la convinzione che la pratica del mandolino e finanche il suo semplice ascolto migliori almeno un poco questa nostra travagliata umanità”. Ma le sirene dell’ambulanza non suonano, per Francesco Palmieri, giornalista napoletano già caporedattore, a Roma, dell’agenzia Agi, che in 116 pagine dedicate allo strumento, che mai ha goduto di buona stampa e di palcoscenici illustri, trasmette le vibrazioni di una storia che sa di gentilezza, talento, integrazione e globalismo sano e solidale tra i popoli con più efficacia di quanto farebbe, forse, Leone XIV, parlando del Crocifisso.
Il mandolino, in effetti, è un po’ lo strumento dell’egaletarismo musicale, per la sua immediatezza e la semplicità del suono che esprime, non a caso diventando, nei secoli, il riferimento del popolino ma anche delle corti regnanti, con lo stesso grado di umiltà. Palmieri, in “Elogio del mandolino“(Langella Edizioni, pp 116, 12 euro), non va invece troppo per il sottile se si tratta di smontare stereotipi e luoghi comuni. Per esempio, entra a gamba tesa sull’immagine stereotipata dello strumento come semplice simbolo folkloristico, ma descrive il mandolino come protagonista di una tradizione colta, altro che sole, pizza e chitarrina in mano. Non a caso, altro stereotipo su cui l’autore va di sciabola, è quello sul marchio identitario di Napoli che finisce, spesso, per limitarne il fascino a una dimensione localistica mentre il libro ne documenta la diffusione in Italia e nel mondo, dalle corti europee fino agli Stati Uniti e al Giappone.
Di questo, prima che ci lasciasse all’improvviso, cogliendo di sorpresa lo stesso amico Palmieri che lo aveva incontrato poco prima, il maestro Peppe Vessicchio scriveva: “Napoli si concede sotto le spoglie che gli altri le attribuiscono, una città che gioca a riprodurre se stessa, salvo dolersi di tanto in tanto per essere stata incatenata dentro dei clichè… eppure, anche se un poco me ne vergogno, alla fine per me il suono che maggiormente rappresenta Napoli rimane quello del mandolino…”. Dobbiamo però al maestro Roberto De Simone la prima cattedra di mandolino, al Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli, che per la cronaca, due anni prima, era nata a Padova. Gravissimo smacco o conferma di una dimensione ultra-partenopea?
Palmieri ripercorre o grandi costruttori di strumenti e di note, i fuoriclasse dell’esecuzione, passa dal maestro Vinaccia al talento del sardo Anedda, al genio di Paganini, con un mandolino rigorosamente genovese, ma anche dalle citazioni di scrittori e registi. Come Giuseppe Marotta che in “Gli alunni del sole” dedica un capitolo all’insegnante dalle dita lunghe e sudicie, “un sudiciume sublime, di mani che avevano suonato un intero giorno, sporche sì ma di musica”, o Francis Ford Coppola, che nel “Padrino”, grazie a Nino Rota, utilizza il mandolino per il sottofondo del matrimonio d’amore tra Micheal Corleone e Apollonia. Amore, mandolino. Un’associazione quasi automatica, come mandolino e Italia, come pizza e Napoli, più che mandolino e Napoli.
Fratelli di Mandolino, è un po’ la sintesi dello strumento che Palmieri esalta nella sua capacità di unire tradizione popolare e musica colta, senza una netta separazione tra i due ambiti. Secondo Palmieri, il mandolino rappresenta un esempio di come un elemento considerato “minore” possa in realtà avere un ruolo centrale nella storia culturale, anche per la sua capacità di unire tradizione popolare e musica colta. E di salvare, forse, come la bellezza, il mondo intero.
Ultima notizia
I primi exit poll
Voto “bulgaro” in Bulgaria: vince la sinistra filo-Putin di Radev che non vuole più aiutare l’Ucraina
Esteri - di Robert Perdicchi