Ipocrisie sinistre
Con la bandiera sbagliata sei “schedato”, se reagiscono è “comprensibile”: cronaca di un 25 aprile inclusivo (solo a parole)
Nelle parole di Bonelli la sintesi perfetta della sinistra che "Condanna ma...." è stata "una provocazione" quando a sbagliare sono "i compagni". Emblematico il caso dell'ultra ottantenne Ferrari, allontanato dalla manifestazione di Bologna, colpevole di avere con se la bandiera dell'Ucraina
«Ormai tu sei schedato fuori, via! Togli le bandiere o vattene via. Togli, togli, togli…». È questa la frase che più di tutte fotografa quanto accaduto a Bologna durante il corteo del 25 aprile. A pronunciarla, secondo le ricostruzioni, è stato l’attivista Giacomo Marchetti. A riceverla, un uomo di ottant’anni, Tino Ferrari, ex docente universitario, colpevole di aver portato con sé le bandiere italiana, europea e ucraina. Eppure è peggio ciò che è seguito. Perché mentre il caso esplode, la reazione politica si muove su un terreno già visto: si condanna, ma. «Prima di tutto, bisogna condannare», premette il leader di Avs Angelo Bonelli. Poi però arriva la clausola che cambia il quadro: «Dopodiché, […] è stata una chiara provocazione».
Il caso di Bologna
Il caso è diventato rapidamente simbolico, non solo per la dinamica – un anziano respinto da un corteo che celebra la Liberazione – ma per il silenzio che lo ha accompagnato. «C’erano 2000 ragazzi, ma nessuno ha fatto niente. Nessuno si è opposto», racconta Ferrari a Michel Dessì sul Giornale. Prima la paura, poi la rabbia, infine una resa amara: «Se è così, amen».
Il racconto e il vuoto attorno
Ferrari non è un provocatore né un militante. Rivendica una presenza rituale: ogni anno partecipa per «onorare i partigiani uccisi». L’episodio lo lascia, dunque, di stucco.
«È una cosa che non mi è mai capitata», osserva, sottolineando anche un cambiamento generazionale: «Ho visto tanti giovani: quei volti mi ricordavano i miei studenti, ma qualcosa è cambiato». «È assurdo, è un’intolleranza evidente», conclude.
Le parole di Bonelli e il “ma” politico
Nel pieno delle polemiche che gravitano attorno ai cortei interviene su La Stampa anche Angelo Bonelli, che condanna sì gli attacchi contro la Brigata ebraica ma prosegue con una logica giustificazionista. «Prima di tutto, bisogna condannare le frasi irricevibili», afferma, esprimendo solidarietà alla comunità ebraica. Poi però aggiunge: «Quando ho visto in quello spezzone di corteo i cartelli con la foto di Netanyahu e le bandiere di Israele anche io mi sono indignato: è stata una chiara provocazione. Provoca inevitabilmente una reazione, legittima, di protesta», dichiara il leader di Avs, spostando così l’attenzione sul contesto e sulle cause.
Anche sul caso di Bologna, Bonelli prende le distanze: «La scena dell’anziano respinto a Bologna non mi è piaciuta, condanno anche quel gesto». Ma il giudizio resta isolato, quasi accessorio rispetto a una narrazione più ampia che tende a relativizzare ogni volta.
Tra principi e contraddizioni
Il nodo politico emerge proprio qui. Da un lato, la rivendicazione della libertà di manifestare; dall’altro, casi in cui quella libertà sembra selettiva. Ferrari viene allontanato per “bandiere che non piacciono”, mentre la scivola nel giustificazionismo.
Il cortocircuito è evidente: la democrazia evocata come valore fondante convive con pratiche di esclusione difficili da ignorare. E il linguaggio del “ma” – “condanniamo, ma” – finisce per indebolire la nettezza delle posizioni.
Dopotutto, cosa aspettarsi da una sinistra come quella di Bonelli&Co? La stessa che ha candidato Ilaria Salis al Parlamento europeo mentre sulla sua testa pendevano 11 anni di carcere per aggressione in Ungheria. In quel caso, prendere a sprangate tre persone era una gesto eroico?
Un problema destinato a ripetersi
Bonelli stesso ammette che situazioni simili «si ripetono in modo prevedibile». È forse questa la chiave: non un incidente isolato, ma un sintomo. Finché il confine tra dissenso e provocazione resterà ambiguo, e finché la condanna dell’intolleranza sarà accompagnata da attenuanti implicite, episodi come quello di Bologna, Roma e Milano rischiano di diventare la norma.