L'editoriale
La sfida di Giorgia ai disfattisti: rafforzare la direzione. Per l’Italia, l’idea che “riaccende”
La sfida che Giorgia Meloni ha lanciato con la sua informativa alle Camere è rivolta alle opposizioni, certo, ma anche a un certo costume politico italiano. L’ultimo anno di legislatura che abbiamo davanti, infatti, non sarà orientato a «costruire consenso facile»: sarà un tempo impiegato «per rafforzare una direzione solida». Il concetto lo ha chiarito con due esempi cari (in tutti i sensi) alla prima stagione del campo largo, “tinta” giallo-rossa: non saranno offerti stipendi «senza lavorare» o ristrutturazioni di casa gra-tu-i-te, «a spese dello Stato». Quello dell’esecutivo di destra-centro non sarà un anno “elettorale”, votato a compromettere per anni conti pubblici e credibilità acquisita pur di monetizzare consenso last minute.
È questa la cifra etica del discorso più importante per la premier dopo quello di inizio mandato. È questa la chiave per comprendere la rivoluzione conservatrice 2.0: quella che intende portare la «responsabilità», e non più la pesca delle occasioni, al centro del dibattito e dell’azione di chi governa. È il passaggio politologico che molti analisti faticano ad accettare più che a comprendere: quello di una compagine che intende davvero portare a termine un programma organico, sublimato dal mandato degli elettori. Un progetto che sottintende una visione che nemmeno la dolorosa sconfitta al referendum sulla giustizia può disarticolare.
A seguito di ciò, chi si aspettava fuochi di artificio o qualche espediente programmatico dall’intervento della presidente del Consiglio sarà rimasto ovviamente deluso. Quello di Meloni è stato, al contrario, un “confronto” schietto con la Nazione, un momento di verità nel quale – senza aggrapparsi alla (vera) congiuntura monstre che sta attraversando l’intero Occidente – non ha nascosto criticità e problemi. Al netto, però, di un’Italia che è tornata a girare, nonostante appunto le policrisi che hanno sfiancato tutti i principali attori e partner internazionali: spread bassissimo, bilancio in ordine, occupazione record e “di qualità”. Con la prospettiva, frutto della serietà nella gestione, di poter liberare risorse importanti con l’ultima manovra, grazie all’uscita dalla procedura di infrazione Ue. Almeno fino allo scoppio della guerra Usa-Iran: l’ennesimo choc i cui effetti economici non sono secondari a quello macro-politici. Il post-referendum contempla tutto ciò: prendere atto della situazione o lasciare. La risposta della premier? «Non scappo davanti ai problemi».
Anzi, proprio il lascito del «No», che è andato ben oltre i temi riguardanti la riforma della magistratura, ha per lei un effetto escatologico: la capacità di «riaccendere» la spinta di ulteriori significati. La road map? Non passa certo da operazioni cosmetiche (rimpasto) né da opzioni politiciste o colpi di testa (come le elezioni anticipate). Giunge, al contrario, dal rilancio delle misure che hanno contribuito a rendere l’Italia una nazione non solo stabile ma anche seria ed affidabile. E dall’agenda strategica che Meloni ha tenuto in politica estera. Quindi sicurezza e contrasto «strutturale» all’immigrazione, «ulteriore» taglio delle tasse sul lavoro, politica fiscale produttivista, sanità, politica energetica figlia dell’asse geopolitico.
È quello che l’elettorato della destra, assai esigente, si aspetta adesso dalla premier. Ma il suo discorso è rivolto anche chi non l’ha votata e non la voterà: perché gli italiani sono estremamente «intelligenti», ha tenuto a sottolineare, e comprendono la difficoltà della navigazione dentro la tempesta perfetta. Se quella dell’esecutivo di destra-centro è una nave attrezzata per il mare grande, il resto dipenderà, appunto, dagli attori internazionali: da chi agita le “tempeste”. Parole chiare, anche da questo punto di vista, nei confronti dell’alleato americano («L’Occidente si fa in due», «Bisogna dire con chiarezza quando non si è d’accordo») e un imperativo categorico che vale a prescindere dal destino dell’asse euro-atlantico: «Noi», inteso come europei, «dobbiamo imparare a fare da noi». Messaggio che non sembra recepito a dovere a Bruxelles, dato che il commissario Dombrovskis – confermando tutti i limiti politici dell’elefante burocratico dell’Ue – ha già messo la testa sotto la sabbia contestando l’ipotesi, caldeggiata anche dall’Italia, di sospendere il Patto di Stabilità.
Per Meloni, dunque, ognuno in questa fase dovrà assumersi le proprie responsabilità. La sua, come è chiaro, è quella di restare salda alla plancia e proseguire la navigazione nel solco di un percorso fatto di «strategia chiara, continuità nelle scelte che hanno funzionato», con la volontà «di dover riuscire a fare di più, e meglio». E da qui parte la sfida di Giorgia alle opposizioni. Appunto: le opposizioni? Quello che è andato in scena, fra Camera e Senato, è stata la fiera delle “offerte” – su salari, sanità, scuola, conflitti internazionali – che hanno scientificamente ignorato quando governavano. Soluzioni? Analisi? Nulla che non sia la lista della spesa (senza coperture) e l’isterismo giovanilista in politica estera. Eppure la sbornia del “no” (che non è stato un «sì» ai progressisti) dovrebbe essere passata da un pezzo. Perché se è tutta qui l’alternativa del campo largo…
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