Pagano gli italiani
Così le stime al ribasso dell’Istat hanno “sabotato” l’Italia: i numeri-verità sulla beffa amara del deficit al 3,1%
Dal 2014 a oggi l'Istituto ha sempre dovuto rivedere al rialzo le proprie stime, una tendenza che se confermata anche in questa occasione si tradurrebbe in un clamoroso danno per il Paese
Il tema non è tirare i numeri per la giacchetta, ma capire fin dove una certa “prudenza” dell’Istat non diventi autosabotaggio. Perché il rapporto deficit/Pil stimato al 3,07%, che per effetto dell’arrotondamento diventa il 3,1%, ha il sapore di una beffa per l’Italia che per uno “zero virgola” resta in procedura di infrazione europea, nonostante il governo in questi anni di mandato e di congiuntura difficilissima abbia compiuto il “miracolo” di abbassare il rapporto deficit/Pil del 5%.
L’Italia paga a caro prezzo la “prudenza” dell’Istat
Basterebbe questo dato a spiegare il senso di frustrazione e amarezza manifestato in primis dalla premier Giorgia Meloni, ma c’è un elemento in più che oltre a provocare rabbia genera anche sconcerto: dal 2014 a oggi l’Istat ha sempre dovuto rivedere le sue stime al rialzo. Una circostanza che se si verificasse anche in questa occasione parlerebbe di un danno clamoroso per il Paese, dato che la permanenza nella procedura di infrazione si traduce in una minore capacità di spesa per lo Stato, che vuol dire meno servizi, dalla sanità alla scuola, e minore possibilità di sostegno dei redditi più bassi. Dunque, a farne le spese sono gli italiani tutti e quelli in condizione di maggiori fragilità più degli altri.
L’Istat e la costante revisione al rialzo delle stime
La fotografia di come abbia operato l’Istat negli anni arriva dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani diretto da Carlo Cottarelli. L’organismo, un think tank indipendente costituito presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha rilevato che «dal 2014 a oggi, in media, il dato finale del livello del Pil è risultato superiore alla prima stima dell’1,7% in termini nominali». Se però si isola il dato degli ultimi anni la tendenza appare ancora più marcata: «A partire dal Pil del 2021, l’entità delle revisioni è cresciuta: la differenza tra quinta edizione (stima) e prima stima è del 3,6% per il biennio 2021-22, contro lo 0,8% del periodo 2014-2020. Considerando anche le revisioni quinquennali del 2019 e del 2024, l’aumento medio tra ultimo dato e prima stima sale all’1,7%».
Il peso di appena 20 miliardi
Per uscire dalla procedura di infrazione sarebbero bastati 20 miliardi. Si tratta dello 0,9% dei 2.258 miliardi stimati dall’Istat per il 2025. Ma, come evidenziato dall’Ocpi, l’Istat nell’ultimo decennio e passa ha dovuto rivedere le sue stime al rialzo di 1,7% medio, vale a dire che se anche per quest’anno la tendenza sarà confermata quello 0,9% sarà ampiamente riassorbito dalle certificazioni finali.
Com’è andata dal 2022 a oggi
L’andamento degli ultimi anni fa temere – sì, temere – che possa andare proprio così: nel 2022 la prima stima del Pil da parte dell’Istat, pubblicata a marzo 2023, è stata rivista al rialzo di 89 miliardi di euro; nel 2023, pubblicata a marzo 2024, è stata rivista al rialzo di 58 miliardi di euro, con un dato non ancora definitivo; nel 2024, la stima iniziale è già stata rialzata di 10 miliardi di euro. Solitamente il rialzo viene accolto come una buona notizia, ma con una procedura di infrazione rimasta aperta per la stima al ribasso sarebbe il sintomo di una ingiustificata e quanto mai deleteria rigidità.
La zavorra del superbonus
C’è poi un altro elemento che non può essere sottovalutato e chiama in causa direttamente le scelte politiche compiute da chi ha preceduto questo governo: i conti pubblici scontano ancora il peso del superbonus targato Giuseppe Conte, una «misura sciagurata», come l’ha definita la premier, che continua ad affossare l’Italia come una zavorra e senza la quale, anche con le stime al ribasso dell’Istat, l’obiettivo dell’uscita dalla procedura di infrazione sarebbe stato comunque centrato.