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Parla il Pm Giuseppe Bianco: “Molti colleghi votano Sì, ma non lo dicono per paura di ritorsioni”

L'intervista al Secolo

Parla il Pm Giuseppe Bianco: “Molti colleghi votano Sì, ma non lo dicono per paura di ritorsioni”

Il sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Roma spiega dall'interno motivi per votare a favore della riforma. "Il sistema delle correnti dà luogo a forme di concentrazione di potere personale in capo a pochi. Sarebbe il correntismo ad intestarsi una eventuale vittoria del No. Sarebbe un sistema anti-liberale e regressivo"

Politica - di Dalila Di Dio - 18 Marzo 2026 alle 13:40

A pochi giorni dal voto sulla riforma della giustizia, si infoltisce la schiera dei magistrati per il Sì, che prendendo le distanze dalla posizione ufficiale di Anm, promotrice di un comitato per il No, si stanno spendendo per spiegare ai cittadini le ragioni per cui un cambiamento non è più rinviabile. Tra i magistrati per il Sì, anche il dottor Giuseppe Bianco, sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Roma.

Dottore, lei ha scelto di sostenere apertamente la riforma della giustizia. Quali sono le ragioni di questa sua decisione?

La mia scelta nasce dalla consapevolezza del fatto che l’autogoverno della magistratura vada profondamente rinnovato. Al di là della buona fede dei tanti, oggi la struttura interna è basata interamente sul controllo capillare delle correnti e dei gruppi privati che, da lievito culturale del tempo che fu, sono diventate dei semplici enti gestori di interessi. Lo scandalo del 2019 lo ha detto apertamente. Ma il correntismo è un fenomeno più complicato.  Lo snaturamento del Csm da organo di amministrazione ad organo di governo esclusivo della politica giudiziaria al di sopra del Parlamento, è solo la parte emersa della crisi del sistema. Ci sono anche altri snodi. In ordine sparso direi in primo luogo che ci sono forme di concentrazione di potere personale in capo a pochi, di cui non si accorge nessuno. Ci sono colleghi che cumulano ruoli da capocorrente e da dirigente giudiziario in contemporanea, con una moltiplicazione di potere rischiosa di per sé.

Quali sono gli aspetti meno noti che incidono negativamente sul funzionamento della giustizia?

Oltre a quello anzidetto, certamente incide la mancanza di limiti temporali agli incarichi direttivi. Si è tornati esattamente alla situazione precedente al 2006, con dirigenti all’ epoca scelti per anzianità, ma con direttivi che non prevedevano una scadenza temporale. Oggi la durata sarebbe di quattro anni prorogabili ad otto. Di fatto però il dirigente che arriva all’ ottavo anno, va a dirigere altri uffici per altri otto anni e così via. Si tratta di dirigenti eterni, ma girovaghi. Girovaghi, ma eterni. Di dirigenza in dirigenza passano tutta la vita in dirigenza. I regolamenti consiliari prevedono che il Csm, per fare le nomine, debba tenere conto anche delle pregresse esperienze da dirigente. Tu fai il dirigente perché hai già fatto il dirigente. È un circuito chiuso. È così che alla lunga si forma una oligarchia. La moralità dei singoli è irrilevante. Qui parliamo di un sistema complessivo.

Che altro?

Attraverso la gestione delle elezioni, le correnti mandano i loro delegati nei luoghi dell’autogoverno; l’autogoverno fa le nomine per  “ merito “, ma poiché il “merito” è un concetto generico e variamente interpretabile , le nomine spesso si fanno giocoforza attraverso negoziati basati sui rapporti di forza correntizi certificati dalle elezioni . Le nomine fatte in questo modo sono poi spesso annullate dalla magistratura amministrativa, che censura le logiche di nomina più politiche che meritocratiche. E qui le chat del 2019 sono una prova a cielo aperto. E poi ancora le valutazioni di professionalità, affidate ai consigli giudiziari, anch’essi composti da delegati correntizi scelti in base alle elezioni interne. Sono stati concepiti come luoghi di verifica della professionalità dei singoli. Di fatto, vista la composizione su base correntizia, presentano le stesse dinamiche distorsive del Csm nazionale. Non per nulla molti colleghi decisi a votare SI evitano di dirlo temendo ritorsioni in sede di valutazioni di professionalità.

Qual è l’approdo di tutto questo?

Proviamo a riassumere: 1) occupazione correntizia dei consigli giudiziari e del Csm , 2) nomine fatte spesso su base discrezionale; 3) forme di concentrazione di potere personale; 4) doppio ruolo correntizio-dirigenziale;  5) ruoli dirigenziali senza limite di tempo.
Tutto questo produce un sistema interno bloccato e circolare. Il combinato disposto di questi passaggi ha finito per creare una piccola oligarchia correntizia e trasversale con poteri di controllo capillare su ogni momento della vita del singolo magistrato. È da vedere quanto questa struttura interna elitaria sia compatibile con l’art 107 della Costituzione, secondo cui i magistrati si distinguono fra loro solo per diversità di funzioni. Comunque, al di là della buona fede dei singoli, che io non discuto, il sistema funziona così per forza inerziale e presenta – come si vede – continui rischi distorsivi. Ed i rischi ora sono aumentati perché un certo correntismo ha assunto un ruolo esplicitamente politico e perfino delle posizioni apertamente ideologiche. Il sorteggio tanto odiato è una zeppa nel meccanismo circolare. Ecco la reazione del ceto oligarchico. Che è perfino in buona fede, perché molti non si rendono nemmeno conto di quale macchina infernale è stata costruita.

Questo referendum rappresenta un’occasione storica per mettere fine al correntismo nel Csm, divenuto, anomalia tutta italiana, un parlamentino delle toghe. Quali ricadute avrebbe una vittoria del no sui rapporti tra politica e magistratura?

La vittoria del No sarebbe la vittoria non dell’opposizione politica, ma del correntismo che ha guidato l’opposizione politica. Con la differenza che mentre il correntismo è sempre stato tetragono e coerente con le sue posizioni conservatrici, l’opposizione ha dovuto rimangiarsi delle posizioni riformiste per andare a rimorchio e giocarsi la chance di fare cadere il governo. Il che vuol dire che sarebbe il correntismo ad intestarsi una eventuale vittoria del NO. E potrebbe perfino rivendicare una partecipazione diretta al governo.  La cosa grave è che la cultura di fondo di un eventuale nuovo governo a trazione correntista sarebbe quella venuta fuori dalle esternazioni di certi leader giudiziari: una visione religiosa e narcisistica di sé stessi, una cultura autoreferenziale che rifiuta il principio della riserva di legge. Per ritrovare una impostazione culturale simile dovremmo tornare indietro di 2000 anni, al Sinedrio: un impasto di poteri giudiziari e politici e religiosi. Sarebbe un caso unico nella storia dell’Europa contemporanea.

L’ Anm in questa campagna referendaria è uscita pienamente allo scoperto, palesandosi a tutti gli effetti come un soggetto politico che si è intestato un ruolo di opposizione al Governo. Questa presa di posizione così spregiudicata di una parte piccola ma molto potente della magistratura ha, però, delle conseguenze sulla credibilità dell’intero ordine.

Le ricadute sulla immagine del corpo giudiziario resteranno anche dopo il referendum. È proprio il concetto di neutralità politica che è stato messo in discussione. Ma non è solo una cosa italiana. C’è un organismo sovranazionale con funzioni di mero raccordo culturale e senza poteri pubblici che si chiama Rete dei Consigli di Giustizia ed è composto dai rappresentanti di tutti i Csm europei. Nel giugno 2025, l’Assemblea Generale di questo organismo si è riunita a Riga, in Lettonia, ed ha fatto una dichiarazione pubblica in 19 punti in cui si legge testualmente che l’attacco allo stato di diritto si ha nel caso di “attuazione di riforme senza il consenso della magistratura”. È testuale al punto 6. Al punto 15 dice che i CSM devono mostrare “ capacità di leadership “ e cercare “sostegno pubblico”.

È una dichiarazione passata sotto traccia, ma che evidentemente concepisce il potere giudiziario come un vero e proprio soggetto politico sovraordinato rispetto agli altri. I giudici cioè come guida politica della società e dotati di una specie di potere di veto nei confronti dei liberi parlamenti eletti, di destra o di sinistra. Alla base di queste cose c’è un pensiero profondamente antiliberale e regressivo: il primato dei ceti tecnici, compreso quello giudiziario, sulle democrazie elettive. Sono concezioni elitarie del potere, di fatto antisuffragiste. Il punto di crisi è profondo perché è culturale. Le classi di potere non elettive che pretendono di svolgere funzioni di governo politico sono un elemento di crisi costante del sistema democratico. I magistrati devono avviare una riflessione seria su queste cose.

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