La vera posta in gioco
Altro che primarie: l’obiettivo grosso è il Colle. Dove puntano le manovre dei pifferai ex Dc Franceschini e Bindi
Mentre Conte e Schlein si contendono la leadership del campo largo, c'è chi guarda oltre e cerca un papa straniero che faccia da federatore. L'obiettivo non è il rinnovamento, ma preparare il terreno per vecchi giochi di palazzo
Più di una riunione all’insegna dell’amarcord e del tempo che tutto aggiusta consentendo una ritrovata concordia, l’incontro degli ex Dc che si è tenuto al Salone delle Colonne dell’Eur è apparso come passaggio tattico di rilievo nella strategia che punta a mettere alla guida del campo largo un papa straniero o federatore che dir si voglia, scalzando dalla competizione per le politiche i due litiganti Elly Schlein e Giuseppe Conte e poi puntando al bersaglio grosso del Quirinale, che sempre di più appare come la vera posta per la sinistra.
Franceschini e Casini riuniscono gli ex Dc
Grandi cerimonieri dell’incontro sono stati Dario Franceschini e Pier Ferdinando Casini, entrambi considerati papabili per un Colle che fosse eletto da una maggioranza di centrosinistra. Prima però necessita che quella maggioranza si affermi e, è la convinzione che circola in certi ambienti dem, né Giuseppe né Elly hanno il “quid” per compattarla.
Gabrielli e Ruffini grandi star dell’evento
I movimenti in questo senso sono in parte espliciti in parte impliciti. Manovra più sottotraccia, per esempio, Dario Franceschini, che apertamente ribadisce sostegno a Schlein – perché è la segretaria dem, perché lo statuto dice che quel posto spetta a lei, ecc. ecc – e poi però va a pranzo con Silvia Salis e organizza incontri post democristiani in cui gli ospiti d’onore alla fine sono l’ex capo della polizia Franco Gabrielli e l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini, in pole per il posto di “federatore” e molto «tenuti d’occhio» nel salone delle Colonne, per parafrasare la frase che, secondo quanto riporta il Corriere della Sera, tanto Silvia Costa quanto Pierluigi Castagnetti avrebbero rivolto a Gabrielli.
Rosy Bindi insiste col papa straniero
Tra i movimenti espliciti si registrano invece quelli di Rosy Bindi, che a differenza di Franceschini si può giovare del fatto di non avere più incarichi nel partito, né elettivi né di struttura. Da giorni la già ministro e presidente del Pd, va ripetendo che serve un federatore, una personalità terza, qualcuno in sintesi che non sia né Schlein né Conte. Lo ha detto in un’intervista a La Stampa, lo ha ripetuto in tv da Gramellini, è facile immaginare che lo confermi con chiunque e in qualunque sede ne abbia occasione. Di più, Bindi ha svelato di avere un nome ben chiaro in testa, anche se non lo dice. I lavori, insomma, sono un bel pezzo avanti.
Schlein e Conte in modalità freno a mano tirato
In questo contesto, tanto Schlein quanto Conte hanno tirato il freno a mano, dopo le accelerazioni seguite al referendum. Non che non parlino più di primarie, ma mettono avanti il programma, la necessità di fare sintesi, quella di partire dal dialogo col potenziale elettorato che si sarebbe manifestato col No ma che è tutto da verificare. Ciascuno a suo modo, ciascuno puntando più su un argomento piuttosto che su un altro, ma entrambi addivenendo a più miti consigli rispetto a un entusiasmo gridato ai quattro venti e infrantosi – anche e non secondariamente – sulle mire dell’altro. Tema quest’ultimo da cui discende l’estenuante dibattito sulle regole con cui eventualmente celebrare le primarie (aperte a tutto l’elettorato? Solo agli iscritti ai partiti? In presenza ai gazebo? Anche online?).
Bonaccini svela il bersaglio grosso
Interessante in questo senso, l’intervista rilasciata al Corriere di oggi sa Stefano Bonaccini, che – va ricordato – ha perso le primarie con Schlein per via della formula aperta anche ai non iscritti. «Le primarie sono uno strumento democratico. Ma se non facciamo tutto il resto diventano una conta sui nomi, la cosa che più allontana le persone oltre che dividerle, come teme Silvia Salis. Decideremo tutti insieme, ma ogni scelta dovrà avere come obiettivo vincere le elezioni», ha detto, chiarendo lo scopo del rito non tanto con quel passaggio scontato sulla vittoria alle elezioni, quanto con la risposta a una domanda successiva sull’elezione del prossimo presidente della Repubblica: «Noi dobbiamo impedire il disastro come abbiamo fatto col referendum. Immaginiamo se al Quirinale, al posto di Sergio Mattarella, con quello che è accaduto a livello nazionale e internazionale, ci fosse stato in questi anni uno qualsiasi degli esponenti della destra…».
Obiettivo Colle per tenersi pronti a tutte le eventualità
Eccolo là il bersaglio grosso della sinistra, che impone ogni manovra possibile per arrivare al governo, anche con una maggioranza che non dovesse avere poi numeri solidi, proposta politica e capacità di sintesi per riuscire a governare davvero. E per la quale, appunto, serve un papa straniero che possa intanto far sperare di portare a casa il primo risultato. E poi si vede tanto, col giusto nome al Quirinale, morto un papa straniero se ne può sempre fare un altro nel momento in cui ci fosse una crisi di governo.